martedì 4 marzo 2014

Una idea indecente su droga e carcere

Ospitiamo ancora una volta Riccardo Carlo Gatti (Medico, Direttore Dipartimento Dipendenze di Milano  e curatore del sito www.droga.net). Si tratta di un testo di particolare interesse e attualità.
Ringraziandolo per la collaborazione vi auguriamo buona lettura

 

Una idea indecente su droga e carcere

L’Italia viola i diritti dei detenuti tenendoli in celle dove hanno a disposizione meno di 3 metri quadrati. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha quindi condannato il nostro Paese per trattamento inumano e degradante di 7 carcerati detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza.
“La sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo rappresenta un nuovo grave richiamo” per l’Italia ed è “una mortificante conferma della incapacità del nostro Stato a garantire i diritti elementari dei reclusi in attesa di giudizio e in esecuzione di pena”, è stato il commento del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
I giudici della Corte europea hanno constatato che il problema del sovraffollamento carcerario in Italia è di natura strutturale, e che il problema della mancanza di spazio nelle celle non riguarda solo i 7 ricorrenti: la Corte ha già ricevuto più di 550 ricorsi da altri detenuti che sostengono di essere tenuti in celle dove avrebbero non più di 3 metri quadrati a disposizione. La richiesta europea all’Italia è quindi anche quella di dotarsi, entro un anno, di un sistema di ricorso interno che dia modo ai detenuti di rivolgersi ai tribunali italiani per denunciare le proprie condizioni di vita nelle prigioni e avere un risarcimento per la violazione dei loro diritti. (brani tratti da La Repubblica.it 8.1.2013).


caleidoscopioCi hanno provato tutti a dire che la situazione, così, non va e che le carceri italiane sono sovraffollate e inumane. E’ ancora il Presidente della Repubblica durante una sua recente visita a San Vittore a dire, inoltre: «La responsabilità del trattamento e della risocializzazione non può essere affidata solo all’amministrazione penitenziaria ma deve coinvolgere tutte le articolazioni sociali: scuola e famiglia, istituzioni religiose, associazioni di volontariato, mondo del lavoro». E su questo il presidente ha insistito: «Al mondo imprenditoriale e della cooperazione sociale, pur nell’attuale momento di crisi, va chiesto adeguato supporto» (Fonte Corriere.it).
Ben sappiamo, oltre a ciò, che molte persone, detenute, hanno anche problemi di dipendenza patologica e potrebbero essere curate in luoghi alternativi al Carcere. Percorsi alternativi alla detenzione, in molti casi, non solo sarebbero auspicabili ma sono, di fatto, un diritto negato: la normativa che li permette esiste. Per quanto ci si possa sforzare a realizzare setting dedicati, infatti, il carcere non è un luogo di cura e … nemmeno ci assomiglia. Se una persona, dopo aver compiuto reati, sconta una pena ma rimane tossicodipendente, le sue possibilità di uscire dal circuito criminale, una volta uscita dal carcere, sono molto prossime allo zero.
E’ bene considerare il tutto con attenzione perché, indipendentemente dalle idee che ciascuno ha rispetto al significato della carcerazione, per chi ha commesso un reato, la detenzione, i processi e tutto ciò che direttamente o indirettamente fa parte dell’ “esecuzione della pena”, rappresenta un insieme di attività molto costose. Così, al di là di ogni considerazione più elevata, eticamente ed organizzativamente, se il tutto non porta ad alcun cambiamento … sono soldi buttati. Di questi tempi, si tratta di un lusso che non ci possiamo permettere.

E’ utile anche sapere che discorsi, che pure si sentono fare, del tipo “al posto di incarcerare i tossicodipendenti per reati minori … mettiamoli in comunità terapeutica”, non sono tecnicamente percorribili per tre motivi: 1) considerando le pene da scontare, non ci sono fisicamente posti a sufficienza; 2) le comunità terapeutiche non sono “magazzini” dove scaricare la gente, nel presupposto che “tutto è meglio del carcere”, ma luoghi dove realizzare un percorso che richiede un alto livello di condivisione per essere efficace; 3) se tutte le comunità fossero occupate (solo) da persone che stanno scontando una pena, gli interventi residenziali dedicati a persone che non hanno mai compiuto reati diventerebbero impossibili.
Apparentemente, dunque, non sembra esistere soluzione al problema ma, a mio parere, non è così. Il Presidente della Repubblica dice: «Al mondo imprenditoriale e della cooperazione sociale, pur nell’attuale momento di crisi, va chiesto adeguato supporto». La richiesta è corretta: di fronte ad una emergenza ognuno deve fare la sua parte, ma qui non siamo solo di fronte alla necessità di dimostrare una buona volontà che già esiste ma di costruire una organizzazione ad hoc che manca. In una situazione difficile, è necessario, quindi, non solo chiedere supporto, ma anche darlo. In pratica occorre costruire un sistema riabilitativo esterno al carcere che sia in grado di produrre risultati efficaci e, nello specifico di ciò che mi occupo professionalmente, di curare contemporaneamente le dipendenze patologiche. Ma per costruire la possibilità di ampliare i centri residenziali e semiresidenziali, di preparare personale specializzato per costruire nuovi programmi terapeutico-riabilitativi, di costruire una continuità tra lavoro residenziale e lavoro territoriale e, poi, di rendere disponibili, sempre a livello di territorio possibilità reali di reinserimento sociale occorrono nuove risorse. Dove trovarle?
Forse già ci sono, almeno in parte, a patto di orientarle diversamente.

Sono, infatti, convinto che se fossero messe a disposizione, per ogni detenuto da inserire nei percorsi terapeutico – riabilitativi, le stesse risorse giornaliere complessive, attualmente necessarie per mantenerlo in carcere e nel circuito penale, la soluzione si troverebbe. Occorrerebbe attenzione, bisognerebbe lavorare e programmare evitando semplificazioni ed ingenuità, ma ciò che manca oggi, per riabilitare le persone, non è l’esperienza né la dedizione e nemmeno la volontà: manca una “imprenditoria sociale” che abbia risorse per dare un respiro sufficiente all’azione in questo ambito e c’è bisogno di tempo per progettare, preparare, formare ed organizzare. Rendendo più fluidi alcuni percorsi di non carcerazione ed orientando la spesa diversamente, la risorsa a disposizione di ciascun soggetto, per attuare un programma, potrebbe essere molto più alta di quanto oggi è messo a disposizione.
Ho la sensazione che l’idea della alternativa alla pena fosse già viziata in origine da un “non detto” che aveva a che fare con il contenimento delle spese, senza alcun investimento. Si è ragionato, cioè, su “benefici di legge” che rendevano possibile evitare il carcere “iso-risorse”,  mantenendo cioè lo stesso budget per il Sistema penale, addirittura scaricandone parte dei costi sul Sistema sanitario. Se è così si è trattato di un errore di programmazione il cui risultato è sotto gli occhi di tutti. Nel momento in cui la spesa sanitaria veniva ridotta da successive manovre di “spending review”, i SERT hanno ridotto il personale, e quindi la loro capacità erogativa, e le Comunità non hanno potuto aumentare la loro recettività mentre molti programmi riabilitativi “ponte” sono rimasti progetti a termine, più o meno sperimentali, finanziati con fondi sempre più incerti. Nel frattempo, sempre per ridurre le spese, ciascun Carcere si è trovato a custodire un maggior numero di detenuti. Un concetto di “efficienza contenitiva” che fa a pugni con l’articolo 27 della Costituzione che enuncia: “Le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Risultato: in carenza di un sistema riabilitativo e terapeutico efficiente, chi delinque in relazione ad una dipendenza patologica (o con una dipendenza patologica come concausa) ha ben poche possibilità di sottrarsi dal circuito criminale, che diventa la sua reale fonte di sussistenza. L’impianto dell’alternativa alla pena viene utilizzato, anche in modo molto strumentale, per garantirsi condizioni generali migliori di quelle della detenzione (dai detenuti) e come bacino di compensazione per l’affollamento delle carceri (dal sistema penale) ma rimane carente proprio per la mission curativa propria del Servizio Sanitario, che se ne assume gli oneri. Sia l’azione penale che l’azione di cura perdono, così, efficacia costruendo di fatto una “REVOLVING DOOR” tra sistema di controllo e sistema di cura che finiscono per sovrapporsi in modo poco efficiente e, probabilmente, poco efficace.

La mia “idea indecente” è molto semplice: visto il numero di detenuti che avrebbero diritto di poter accedere a misure alternative alla pena, per affrontare la tossicodipendenza, si potrebbero chiudere alcune carceri rafforzando il sistema dei SERT dal punto di vista socio – riabilitativo ed aumentando la capienza delle Comunità Terapeutiche e dei Centri Diurni, con le risorse risparmiate dalla dismissione di quelle carceri. Non dimentichiamo che, parlando di droga, ci riferiamo ad almeno un detenuto su quattro. Poniamo pure che la nostra popolazione di riferimento, su cui è effettivamente possibile realizzare programmi di cura, sia più ridotta per motivi diversi: in presenza di un circuito terapeutico – riabilitativo efficiente e ben organizzato si potrebbe dismettere un carcere ogni 5 o 6.  Non si tratta di un processo semplice ed avrebbe bisogno di investimenti e di fasi sperimentali per una attuazione progressiva e la realizzazione di programmi ad hoc ma … se mai si comincia è chiaro che si continuerà a parlare di una  situazione carceraria insostenibile, senza far nulla di concreto per cambiarla.
Di Riccardo Carlo Gatti, www.droga.net

martedì 11 febbraio 2014

Lo sport è integrazione sociale. L’Armani Junior Program


a cura di Christian Broch, Presidente Accoglienza e Lavoro

Incontriamo oggi Paolo Monguzzi, che lavora nel dipartimento marketing, eventi e progetti speciali della Pallacanestro Olimpia EA7 Milano
Buongiorno Paolo, per prima cosa, grazie per la disponibilità. Partiamo da te. Chi sei e cosa fai?
Lavoro da 8 stagioni per l’Olimpia, cominciando come l’ultimo degli assistenti allenatori del settore giovanile. Pian piano la mia crescita interna mi ha portato dietro le scrivanie in un ambito di lavoro che mi piace molto e per cui ho studiato.
Cos’è l’AJP?
io tifo positivoArmani Junior Program è un progetto di ampio respiro. È partito 6 anni fa come un programma di affiliazione alla Pallacanestro Olimpia Milano per 20 società del territorio milanese. Negli anni siamo cresciuti molto: oggi AJP conta 81 società affiliate, un progetto per le scuole elementari, un progetto per le scuole superiori e tanti eventi di promozione della pallacanestro e dei valori di Olimpia.
Perché la squadra italiana più titolata di pallacanestro e uno il gruppo Armani ha deciso di investire in questo progetto?
Perché l’Olimpia è un patrimonio di storia e valori che va comunicato. La presenza della pallacanestro sui giornali e tv italiane è marginale ma possiamo sfruttare questo deficit a nostro vantaggio: il grande lavoro di Armani Junior Program è sempre stato quello di avvicinare il più possibile il campione al giovane appassionato. In questo dobbiamo essere più forti del calcio, nel cercare di far sentire un appassionato di basket vicino alla più alta espressione cestistica in città.
Una società sportiva come l’Olimpia mira sempre all’eccellenza. Come si può mettere insieme l’aspetto agonistico e quello dell’attenzione al giocatore meno bravo?
Non ne farei una questione di bravo o meno bravo. Per noi è importante creare e coltivare nuovi tifosi, affezionati alla pallacanestro e a Olimpia. L’aspetto tecnico è importante ma, se pensiamo ai numeri, l’eccellenza tecnica riguarda neanche lo 0,5% del movimento.
Qualche giorno fa ho assistito con un gruppo di bambini che alleno ad una partita dell’Olimpia all’interno della scuola del tifo. E’ stata un’esperienza molto interessante… Centinaia di bambini festanti a cantare, a sventolare bandiere, felici, spensierati, coinvolti e consapevoli, che lo sport – giocato o guardato – è soprattutto rispetto. Non pensi che sia qualche cosa da pubblicizzare e da veicolare per rendere lo sport migliore?
Penso che sia un progetto molto semplice, non abbiamo inventato niente di particolare. Di certo ciò che ci contraddistingue è la grande continuità data al progetto. Spesso sento parlare di idee simili ma altrettanto spesso vedo progetti che nascono più per essere mostrati sui giornali o in tv piuttosto che garantire una continuità educativa ai ragazzi.
Olimpia Milano significa anche impegno nelle scuole. Ci spieghi cosa fate?
All’interno delle scuole milanesi siamo presenti con due progetti. Il primo, GIOCO DI SQUADRA, è rivolto alle scuole elementari ed è un percorso di quattro incontri su collaborazione, competizione e rispetto delle regole. Il secondo progetto, inaugurato quest’anno, si chiama Olimpia@School ed ha coinvolto 8 classi di 8 istituti superiori milanesi. Ogni classe è in gara con le altre e sviluppano un percorso nella quale sono stimolati nel diventare una piccola società sportiva.
Nelle iniziative nelle scuole partecipano anche i giocatori… Mi dici la reazione degli studenti? E i giocatori come vivono queste attività?
I giocatori durante le sessioni con gli studenti sono davvero la ciliegina sulla torta. Riescono a catturare l’attenzione dei ragazzi, partecipando attivamente ai programmi e soprattutto mettendosi sullo stesso piano dei ragazzi. In questo tipo di attività devo dire che gli americani hanno una marcia in più.

martedì 14 gennaio 2014

Alcune riflessioni attorno le famiglie contemporanee (3° parte)

di Luca Ciusani

Se il discorso sociale odierno sembra puntare verso un’indifferenziazione dei ruoli parentali, le parole dei genitori sembrano invece portare la questione su un altro piano. Effettivamente ascoltando i genitori che abbiamo avuto modo di incontrare, abbiamo avuto l’impressione che a fronte di una tanto legittima quanto presunta parità dei diritti e dei doveri tra i coniugi, ci sia all’interno di ogni nucleo familiare una suddivisione particolare delle diverse funzioni che i genitori sono chiamati a svolgere nel processo educativo della prole.
caleidoscopioParlando di funzioni si punta ad isolare la specifica posizione che un genitore svolge all’interno della famiglia ed in particolare rispetto alla crescita dei figli. L’utilizzo del termine funzione, preso a prestito dalla logica matematica, rende conto degli effetti che la presenza del singolo genitore è chiamata a dover promuovere. In un certo senso è come se l’adulto prendesse posto nell’equazione familiare come operatore che mette in relazione gli altri membri della famiglia al fine di produrre degli effetti, educativi anche. Detto altrimenti, la funzione rimanda alle necessità dello sviluppo dei figli e a ciò che il genitore incarna rispetto a tali necessità.
Chi accudisce i bambini? Chi pone le regole? In che rapporto sono i genitori uno rispetto all’altro? Queste domande non possono evidentemente trovare una soluzione esaustiva nel concetto della parità di diritti e doveri. La diffusa risposta “lo facciamo entrambi” da una parte dice dell’importanza della condivisione delle scelte e degli interventi operati in famiglia, ma dall’altra sembra lasciare molte ombre su come realmente si articolino i diversi aspetti di tali interventi.
Ci sembra che non sia sul piano del diritto e della parità che le differenze possano essere colte; esse rimandano infatti contemporaneamente alla realtà dell’operato dei genitori ed allo stile con cui tale operato è interpretato dai singoli. I rapporti all’interno delle famiglie sono particolari, unici e si annodano rispetto alle diverse soggettività presenti nel nucleo.
E’ la madre che si occupa principalmente di accudire i figli? Forse, ma non è certo. E’ il padre che si occupa di porre limiti e regole? A volte, ma non sempre. I genitori si desiderano reciprocamente? E’ auspicabile, ma non è sempre così.
L’alchimia richiesta è complessa ed ammette ogni genere di interpretazione. Ciò che si può però isolare, all’interno di questa molteplicità, sono le diverse funzioni che i membri di una famiglia devono necessariamente ricoprire.
In questa prospettiva la cosiddetta parità crediamo sia da porre sul lato della necessità che le funzioni svolte portano con sé. L’uguaglianza si connota allora non tanto rispetto ad un’equa suddivisione delle incombenze, quanto piuttosto per il riconoscimento dell’importanza che le diverse, e quindi ineguali, funzioni portano con sé.
Ciò che conta crediamo sia il risultato, in modo abbastanza indipendente da chi sia a ricoprire l’una o l’altra funzione. A titolo di esempio pensando a ciò che spesso si sente dire a proposito della ”assenza dei padri”, ci si potrebbe chiedere se la presenza fisica sia indispensabile allo svolgersi della funzione cosiddetta paterna. Un padre lontano da casa non può ugualmente svolgere, nelle parole che la madre spende verso i figli, la sua funzione nell’essere per esempio un riferimento per la madre stessa? “Il papà è lontano ma ci vuole bene”, questa semplice frase non potrebbe dare testimonianza di come la presenza possa essere veicolata dalle parole? Il rapporto tra la madre ed il padre, che tale enunciato delinea, non credete che risponda alla mancanza fisica del padre con una presenza ancor più sentita, perché fa da testimonianza del rapporto di desiderio di tale padre verso la sua famiglia? “…è lontano ma ci vuole bene…”.
Come si diceva è un’alchimia difficile che, oggi forse più di ieri, si deve inventare e reinventare secondo modalità inedite, non precostituite.

mercoledì 4 dicembre 2013

Alcune riflessioni attorno le famiglie contemporanee (2° parte)

 Luca Ciusani, Psicologo Accoglienza e lavoro Molteno

Non è retorica, fare i genitori è un mestiere difficile. Si sa, non esistono ricette o programmi vincenti e i manuali per essere “genitori felici”, compilati a cura di psicologi ed educatori, appaiono spesso intrisi di luoghi comuni e poco rispondenti alle reali difficoltà che madri e padri si trovano a dover affrontare.
L’educazione dei figli non prevede standardizzazioni o regole che garantiscano il risultato; ogni genitore è diverso e ogni figlio anche. Lo stesso Sigmund Freud indicava l’educare come un compito impossibile1.
D’altronde, in estrema sintesi si potrebbe dire che l’obiettivo principale dell’educazione dei figli è proprio promuoverne la soggettività, porre le condizioni affinché essi possano sviluppare appieno le proprie potenzialità.
Può apparire un compito paradossale se si pensa alla necessaria rete di limitazioni che il processo educativo porta con sé per chi lo riceve. Individuo e società vengono a contatto: da una parte la soggettività come espressione della più intima particolarità personale e dall’altra le regole come limitazione della stessa a favore della collettività. Complicato pensare a come queste due tendenze possano coesistere nello stesso processo. Questo aspetto paradossale del resto è presente nell’etimologia stessa della parola. Educazione viene dal latino e-ducere che significa letteralmente condurre fuori, quindi liberare, far venire alla luce qualcosa che è nascosto, ma l’utilizzo che ne viene fatto sta ad indicare quel processo attraverso il quale l’individuo riceve ed impara quelle particolari regole di comportamento che sono condivise nel gruppo familiare e nel più ampio contesto sociale in cui è inserito. Far emergere attraverso delle limitazioni.
Lasciando sullo sfondo quella che potrebbe sembrare una contraddizione, si può con certezza affermare che in ogni caso l’educazione non è un processo autarchico, non è qualcosa che l’individuo può fare da solo, ma al contrario implica una relazione dialettica.
I genitori, ma non solo se pensiamo ad esempio agli insegnanti, sono i soggetti elettivamente chiamati a rispondere a questa necessità. Va da sé che le difficoltà, i dubbi, le incertezze, e che diamine diciamolo, gli errori non siano l’eccezione ma la regola. Tuttavia crediamo sia interessante, almeno per il discorso che stiamo facendo, cercare di evidenziare e magari anche provare a capire, quali specifiche difficoltà porti con sé il discorso sociale della nostra contemporaneità.
Come si diceva sopra, fare i genitori è un mestiere difficile e con ragionevole sicurezza si può dire che lo sia sempre stato e che probabilmente lo sarà sempre; ma quali contorni prende questa sfida oggi?
Al di là delle differenze individuali, che ovviamente sono fondamentali ma non approcciabili da un discorso generale, si possono individuare due elementi caratteristici della modernità che crediamo giochino un ruolo importante nel determinare la difficoltà cui i genitori devono far fronte. Lo sfondo comune a questi elementi è la trasformazione della struttura familiare, di cui si è parlato precedentemente. La messa in crisi del modello familiare tradizionale, unita alla mancanza di un modello alternativo “forte”, costituisce la base con cui approcciare la questione.
1- Il discorso sociale sembra spingere verso una indifferenziazione dei ruoli. Negli ultimi decenni si è assistito ad una progressiva spinta verso una certa intercambiabilità dei membri della coppia genitoriale. Le cause di questo fenomeno sono molteplici e un’analisi puntuale richiederebbe più tempo, però due elementi sono facilmente rilevabili: da una parte l’emancipazione della donna, dall’altra l’aumento delle esigenze economiche familiari.
Se la prima ha avuto come conseguenza il fatto che le donne abbiano potuto trovare realizzazione in ambiti diversi da quello familiare, la seconda ha in molti casi reso non solo possibile ma necessario che accanto al lavoro dell’uomo, tradizionalmente accettato e promosso, si affiancasse quello della donna. Entrambi i movimenti sono andati chiaramente nella direzione di ridurre la differenza all’interno della struttura familiare.
L’emancipazione femminile e la necessità economica effettivamente portano con sé alcune conseguenze. Una donna che si trovi oggi in una situazione familiare, di matrimonio o di convivenza, si può ad esempio veder costretta a decidere tra la maternità ed il lavoro; d’altro canto un uomo si può trovare nella condizione di essere colui che si occupa principalmente dei figli. “Pari dignità tra uomo e donna” spesso assume i contorni di “stessa funzione”, come se la coppia genitoriale dovesse apparire scevra da ogni differenziazione.
Non ci sono regole fisse, i lettori ci scuseranno se insistiamo su questo punto, ma è un dato di fatto oltre ad essere una posizione etica. L’azione orientativa che una suddivisione netta delle competenze aveva sugli individui appare oggi labile. Chi mette le regole? Chi si occupa delle faccende di casa? Chi va a portare i bambini a scuola? Chi si occupa degli impegni dei figli? Chi cucina? Qualcuno rinuncia alla carriera per i figli?
Solo alcune domande, tanto per stare sul leggero, ma non sarebbe fuori luogo porne altre alla luce della cronaca. E’ notizia recente del primo “uomo-ex-donna” incinto… le possibilità inedite sono all’ordine del giorno.
2- Il tempo che i figli trascorrono con i genitori, o con uno di essi, si è notevolmente ridotto. Lo stile di vita attuale necessita che i genitori siano sempre più impegnati lavorativamente. I genitori sono meno a casa e spesso la rete familiare dei nonni, degli zii, ecc., non li può supportare adeguatamente, o semplicemente non viene considerata come la soluzione ottimale.
E’ un fatto che dalle prime esperienze di scuole a tempo pieno siano trascorsi circa quarant’anni e che progressivamente si sia assistito ad una continua domanda da parte delle famiglie di poter usufruire di servizi simili.
Attualmente si assiste ad un grosso impegno da parte delle istituzioni scolastiche e dei comuni per far fronte a queste esigenze. Tempo pieno, rientro, pre-scuola, dopo-scuola, anticipi, classi primavera, asili nido, centri estivi, attività integrative: queste le parole che indicano le risposte che le istituzioni provano ad attivare.
I tempi cambiano e le esigenze anche, ma è evidente che il tempo passato in famiglia si riduce. Quali conseguenze comporta questo?
Non crediamo che si possa fare un’equivalenza stretta tra il tempo passato in famiglia e l’efficacia dell’azione educativa dei genitori; piuttosto crediamo sia più interessante affrontare la questione rilevando come altre istituzioni, principalmente la scuola, siano state chiamate a dover assolvere a compiti inediti di natura educativa. Anzi, si potrebbe dire, cambiando di poco la prospettiva, che i genitori debbano oggi demandare parte del loro compito ad altri. Ma chi sono questi altri?
Per esempio gli insegnanti, i quali però, dal canto loro, stanno attraversando un difficile momento dal punto di vista del riconoscimento che le famiglie accordano al loro ruolo.
Riassumendo: compito difficile, necessità di demandare, discorso sociale non garante dei ruoli… la miscela è esplosiva.

martedì 19 novembre 2013

Alcune riflessioni attorno le famiglie contemporanee (1^ parte)


 Luca Ciusani, Psicologo Accoglienza e lavoro Molteno

Un più di libertà. Non fa più notizia dire che la società è cambiata: lo dicono i giornali, la tv, internet, è insomma sulla bocca di tutti e ormai anche lo stravolgimento cui la struttura familiare è incorsa negli ultimi decenni non fa più scalpore. E’ prima di tutto una constatazione, un’esperienza comune che le statistiche, ad esempio quelle divulgate dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia1, non mancano di confermare.
famigliaLa famiglia, alla luce dei dati, mostra una nuova poliedricità: si forma, si scioglie, si riforma, si allarga, si allunga e chi più ne ha più ne metta. Ciò che è certo è che non è più la struttura stabile, con caratteristiche precise, che è stata un tempo. Oggi la definizione stessa di famiglia appare problematica. Sui dizionari appaiono definizioni più generali, imperniate attorno ai legami delle persone che la compongono e i vincoli sanguigni, padre, madre e prole, non sono più sufficienti per individuare il concetto. D’altra parte, come potrebbe essere diversamente? Le leggi sul divorzio, che hanno scardinato l’indissolubilità del matrimonio, o i pax, che hanno riconosciuto che una famiglia può essere composta da individui dello stesso sesso ed essere comunque considerata tale, hanno segnato il passo.
Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci: non si tratta di fare qui una valutazione moralistica, o peggio di giocare a dire che si stava meglio quando si stava peggio; semplicemente la nostra è una presa di coscienza dei cambiamenti che, volenti o nolenti, hanno investito l’attuale società e conseguentemente la famiglia come struttura sociale.
Se la famiglia patriarcale sembra essere un ricordo vintage, una sorte non diversa spetta a quella spinta a contrapporsi ad un modello così rigido, unico e prestabilito, che infiammava il dibattito degli anni settanta e ottanta. La valenza alternativa che la convivenza aveva rispetto al matrimonio ad esempio, sembra oggi perdere di peso. Al di là delle convinzioni personali, è il discorso sociale ad aver subito le modificazioni sostanziali. In altre parole a livello individuale si può ancora essere convinti della maggiore opportunità di una scelta piuttosto che di un’altra, ma a livello collettivo le indicazioni su come orientarsi appaiono molto più labili, a volte anche confuse. Su quale base scegliere il matrimonio o la convivenza in assenza di una norma sociale forte a cui aderire o contro la quale contrapporsi?
Sono i giorni in cui l’azione ideologica, politica e culturale che si fondava su una forte contrapposizione verso quei modelli prestabiliti, spesso aggettivati con termini quali “retrogradi”, “repressivi”, “bigotti”, “borghesi”, sembra aver perso la sua mission. L’impegno sociale e politico delle nuove generazioni ne è la cartina al tornasole. D’altra parte, scardinati i riferimenti collettivi viene a mancare ciò contro cui contrapporsi, emanciparsi. Q Quindi?
“Se Dio è morto tutto è permesso”2, annuncia il celebre paradosso dei fratelli Karamazof. Come in un presagio, Dostoevskij azzarda ciò che oggi appare come assodato: ognuno è libero di fare ciò che vuole. La morte di Dio spoglia infatti ogni valore dell’assolutezza, mostrandone la fragile base umana. L’ effetto è un “più di libertà” di cui spesso il soggetto è vittima e che si esaurisce nell’interrogativo “libertà da cosa?”.
Effettivamente la libertà trova la sua connotazione nella relazione con un altro termine: sono libero perché prima non lo ero, sono libero perché adesso le cose sono cambiate; ma che accade se non vi è più un riferimento che imponga un limite con cui confrontarsi e dal quale eventualmente emanciparsi verso la libertà? Quali sono le peculiarità di una condizione in cui la libertà sia, per così dire, già data?
Prendiamo a titolo di esempio il confronto-scontro generazionale che ha animato l’Italia dagli anni sessanta in poi, e mettiamolo in rapporto con la tendenza, ormai epidemica, dei figli a ritardare il momento di separazione dalla famiglia di origine. Certo, si dirà che le differenti condizioni economiche odierne non consentono facilmente questo passaggio; ma rimane il dubbio, almeno a noi personalmente, che questo fenomeno risenta anche di altri fattori. Rimane l’interrogativo di come trovare la propria strada da soli, senza un altro presente, in funzione del quale differenziarsi. L’educazione dei figli è l’ambito privilegiato di questi effetti. Come può un figlio arrivare a separarsi dai genitori se essi non rappresentano un termine dal quale poter prendere le distanze?
Il più di libertà, di cui si diceva prima comporta effetti inediti, a volte eclatanti. In questo senso, la questione che appare maggiormente paradigmatica rispetto al processo in cui i modelli forti in ambito sociale sembrano venire meno, è quella relativa all’identità sessuale. La cronaca ci è testimone, sono sempre più diffuse le pratiche chirurgiche e legali per il cambiamento del proprio sesso. Possedere una certa coppia di cromosomi, XX o XY, non è una garanzia sufficiente rispetto all’identità sessuale: uomini in corpi di donne e donne in corpi di uomini.
Se in passato il discorso familiare e sociale promuoveva le linee maschio-uomo-marito-padre e femmina-donna-moglie-madre secondo una temporalità definita e difficilmente mutabile, oggi le cose sono cambiate. E’ il singolo che si trova a potersi-doversi porre l’interrogativo rispetto alla propria identità di genere; ciò che era implicito, almeno a livello sociale, diventa ora negoziabile.
La mancanza di modelli forti, di ideali, ha come conseguenza la parcellizzazione delle identità e quindi la necessità per ogni singolo di contrattare la propria esistenza individualmente, senza riferimenti collettivi.
Le crisi della religione e della politica cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, crediamo debbano essere lette con la stessa logica. Gli ideali che identificavano i valori sociali cui attenersi, riassumibili nella triade Dio, Patria e Famiglia, appaiono anacronistici di fronte al relativismo e alla globalizzazione che caratterizzano l’epoca contemporanea.
Rispetto alle prime due, Dio e Patria, sorgono domande impensabili anni addietro, ma oggi del tutto legittime, anzi politically-correct. Quindi, ci si può chiedere a quale Dio ci si riferisca quando si parla di Dio? A Jahvè, Allah, Buddah? Una prospettiva ormai molto diffusa è che la religione sia un costrutto dell’uomo e che l’attaccamento ad una religione piuttosto che ad un altra sia fondamentalmente determinato dal luogo di nascita. Coerentemente con questa prospettiva si è portati a dire che le varie fedi afferiscano comunque allo stesso Dio universale, che nelle varie religioni trova diverse modalità di manifestarsi. Saremmo stati così espliciti su una pubblicazione destinata alle scuole anni fa?
E poi l’altra domanda, quale Patria? Italiana, Europea, Mondiale, Universale? Lo stato sembra aver perso il blasone di istanza sovraindividuale garante del benessere dei cittadini. Le ragioni sono molteplici e complesse, ma è un’evidenza che il riconoscersi nei valori tradizionali della patria appare alquanto difficoltoso. Da una parte il graduale ma progressivo disimpegno dei cittadini nei confronti dello stato (ne è dimostrazione l’assenteismo dalle urne elettorali), dall’altra la ricerca di riferimenti diversi rispetto alla patria, testimoniano di come questa non svolga più elettivamente questa funzione.
Un meno di ideale e un più di libertà individuale, così si potrebbe riassumere l’insieme di modificazioni che hanno investito il nostro tessuto sociale. Al di là di ogni considerazione di ordine morale, crediamo sia importante tener conto di queste riflessioni, per cercare di comprendere le condizioni con cui i singoli individui si trovano a confronto. Perché ciò che conta in fondo è l’effetto che queste trasformazioni hanno sulle singole persone e sulle singole famiglie. Ogni cambiamento porta con sé delle conseguenze, possibilità e difficoltà; ci siamo quindi chiesti, alla luce di queste considerazioni, cosa significhi oggi diventare genitori.

mercoledì 6 novembre 2013

Biscotti, Spending, Politiche internazionali e tossicodipendenze

di Riccardo Carlo Gatti, Medico, Psicoterapeuta e Specialista in Psichiatria, Direttore del Dipartimento delle Dipendenze della A.S.L. di Milano
(articolo tratto da: www.droga.net)


Leggiamo: “Oreo, il biscotto neroe bianco formato da due amaretti a sandwich, crea dipendenza”. Uno studio dell’Universita’ del Connecticut pubblicato lo scorso 15 ottobre spiega il meccanismo della dipendenza per alcuni alimenti zuccherati e grassi. Nello studio, diretto da Joseph Schroeder, professore di neuroscienze, con l’aiuto di studenti 13/15enni, due gruppi di topi sono stati separati. In un gruppo, i topi potevano scegliere, alla fine di un labirinto, tra degli Oreo e dei dolci di riso e potevano utilizzare tutto il tempo che volevano. Nel secondo gruppo, cosi’ punto di domandacome prima, ma la scelta era tra della droga (morfina o cocaina) e una soluzione di acqua salata. Risultato: i topi del primo gruppo hanno passato la maggior parte del tempo vicino ai biscotti al cioccolato mentre quelli del secondo gruppo dove c’era la droga. Gli Oreo sono allora desiderati cosi’ come avviene per la cocaina?” (tratto da ADUC).
Forse qualcosa non funziona nella traduzione dell’articolo o nel ragionamento. Così come è mi sembra che i topi preferiscano i biscotti ai dolci di riso e la droga all’acqua salata ma forse non ho capito bene.
Esiste anche un’altra versione della notizia: The study, which will be shown at the Society for Neuroscience’s annual conference next month, involved placing an Oreo cookie on one side of a maze and a rice treat on the other. The rats spent most of their time going for the Oreo. The researchers also performed a similar test, but instead of an Oreo cookie they replaced it with morphine and in another test they used cocaine. In both cases the rats preferred the narcotics to the rice cake. (Fonte DotTech.org) (Lo studio, che sarà presentato alla conferenza annuale della Società di Neuroscienze il mese prossimo, consisteva nel mettere un biscotto Oreo su un lato di un labirinto e una delizia di riso, dall’altro. I ratti hanno trascorso la maggior parte del loro tempo per raggiungere il biscotto Oreo. I ricercatori hanno eseguito anche un test simile, ma hanno sostituito il biscotto Oreo con la morfina e in un altro test hanno usato cocaina. In entrambi i casi i topi preferivano i narcotici alla torta di riso
L’esperimento, quindi, potrebbe anche dimostrare che, a quei topi, non piace la torta di riso.
Naturalmente bisognerebbe leggere lo studio per capirne qualcosa di più ma la maggior parte delle persone che hanno ricevuto la notizia dai media non lo leggeranno mai e ricorderanno solo che la cocaina … è come i biscotti: piace anche ai topi.
Il tutto fa parte di comunicazioni che hanno il risultato complessivo di “sdoganare” sempre di più le droghe all’interno di un insieme di notizie che ci bombardano, facendoci credere che siamo tutti dipendenti da qualcosa.
Così, lo zucchero, improvvisamente, diventa pericoloso come la cocaina mentre vengono proposti sul mercato dolcificanti, derivati da piante coltivate, che costano quanto quella droga. Ogni giorno scopriamo che la cannabis fa bene a una malattia diversa in modo che, riassumendo, ci si ricordi che fa bene e basta o, almeno, non fa male. Per le altre droghe siamo ufficialmente tranquillizzati dal Governo rispetto al fatto che il loro uso diminuisce (salvo che, guarda caso, per la cannabis) mentre, marginalmente, ci si accorge che ce ne sono sempre più sul mercato. Chi mai le userà?
Che succede, dunque? A mio parere siamo in una fase speculare a quella che, a fine anni ’80 – inizio anni ’90,  vedeva le droghe come un male assoluto. Allora la comunicazione spingeva alla mobilitazione contro questo male, trasformava in eroi tutti coloro che lottavano contro la droga e chiedeva allo Stato di fare di più. Oggi, in Italia, tutta l’attenzione è spostata sulla “ludopatia”, sul gioco d’azzardo patologico, e gli Amministratori fanno a gara anche per limitare fisicamente la presenza delle SLOT machine. Evidentemente  si pensa che solo la loro presenza possa portare molte persone alla rovina. Gli spacciatori di droga, invece, sono dappertutto (anche sulla Rete) ma questo, in termine di mobilitazione politico – sociale, sembra diventato, improvvisamente, un problema minore. Evidentemente il ragionamento è che ad una macchinetta mangiasoldi non si resiste mentre le droghe sono come i biscotti: si possono mangiare e, con un po’ di attenzione, si riesce anche a mantenere la linea. Nel frattempo gli esperti che sparano, ormai,  percentuali tra il 2 ed il 6 % della popolazione per ciascuna dipendenza, sembrano complessivamente voler dimostrare che il problema non è la dipendenza, che, a far le somme riguarda tutti, ma come viene vissuta.
Tutto ciò avviene nel mondo occidentale, quello, per intenderci, che direttamente o indirettamente gravita attorno all’influenza degli Stati Uniti. Difficile dire se ci siano connessioni, ma effettivamente, negli USA, in tema di tossicodipendenze, c’è stata una sorta di rivoluzione da quando i decessi per l’abuso di farmaci hanno superato quelli di eroina e cocaina messe assieme e da quando l’atteggiamento proibizionista di alcuni Stati, rispetto alla Cannabis, è cambiato. Il tutto rende il fronte della “guerra alla droga” come quelle linee fortificate che, mantenute per anni perfettamente attive e funzionanti, hanno una apparenza minacciosa e consistente, sino a quando non vengono aggirate, diventando, improvvisamente, inutili perché il fronte non sta lì dove sono state costruite ma … da un’altra parte.
Il problema è che sulla linea fortificata di questa guerra noi abbiamo schierato tutto, compreso il sistema di cura costituito da Servizi Tossicodipendenze e Comunità Terapeutiche che, non per nulla, qualcuno considera parte più di un sistema di controllo sociale che di intervento terapeutico. Aggirato il fronte della guerra alla droga ed in tempi di Spending review, la tentazione di considerare anche questa parte del tutto come qualcosa di superato e inutile si farà forte.
Prima o poi qualcuno si chiederà a che servono Ser.T. e Comunità terapeutiche e la risposta non sarà più così scontata come un tempo. In questo caso, ad esempio, più che le ideologie conteranno i risultati. Oggi, senza dubbio, il sistema delle dipendenze è ingaggiato soprattutto sul tema della cronicità ed in questo non c’è nulla di strano. In generale il Servizio Sanitario Nazionale spende la maggior parte delle sue risorse per la cura di patologie croniche. Il rischio, tuttavia, è che, gradualmente, il sistema delle dipendenze, aggrappato alla cronicità, perda la sua funzione di cura, mantenendo quasi esclusivamente quella di contenimento e di assistenza dove, forse, organizzazioni diverse da quelle tipiche della cura, potrebbero avere una migliore efficacia di intervento.
Insomma, una volta crollato il fronte della “guerra alla droga”, Ser.T. e Comunità potrebbero avere ancora senso all’interno del Servizio Sanitario Nazionale solo dimostrando i loro risultati in termini di cura. Il problema è che, attualmente, hanno grandi difficoltà a farlo. Salvo eccezioni non sono, infatti, “culturalmente” pronti ad una prassi operativa che comprenda l’esplicitazione delle performance reali in questo senso.   La stessa teoria “scientifica”, per anni recitata a memoria e solo recentemente messa parzialmente in discussione, che la tossicodipendenza sia una patologia cronica e recidivante, non ha aiutato.
Che accadrà dunque? Si rinuncerà a costruire una “clinica delle dipendenze patologiche” in dinamico divenire e ci si limiterà a curare chi ha patologie mentali gravi che comprendono una dipendenza? Tutto ciò che ha a che fare con prestazioni educative o assistenziali uscirà dall’ambito di azione del Servizio Sanitario? Al momento è difficile dirlo anche se alcune linee di tendenza in questa direzione sembrano delinearsi. Certamente il settore sarà chiamato a ridefinirsi ed a rendere conto internamente ed esternamente in modo più preciso e dettagliato di ciò che fa, di come lo fa e con quali risultati.
Vedo il tutto come qualcosa di irrinunciabile e positivo.
L’importante è che durante questo percorso le ragioni ideologiche, politiche ed economiche esterne al sistema che ne hanno determinato l’esistenza in tempi di guerra alla droga non ne determino, ora, la dismissione con il cambio di strategie che nulla hanno a che fare col curare o con il prendersi cura. Leggendo tra le righe di notizie che paragonano la cocaina ai biscotti e che ogni giorno inventano una nuova patologia scopriamo che le dipendenze patologiche e l’abuso di sostanze non sono certo in contrazione ma rivelano nuovi drammatici risvolti che di volta in volta, di luogo in luogo, sono più o meno considerati in virtù di ragioni politiche e di interessi commerciali non sempre chiari ma, purtroppo, determinanti. Forse lo zucchero sarà anche peggio della cocaina ma la notizia non può nascondere il problema reale che negli Stati Uniti le morti per farmaci antidolorifici oppiacei abbiano superato quelle di cocaina ed eroina messe assieme. Invece, siamo distratti dai biscotti e per essere più precisi, dalla crema che contengono che, evidentemente, piace molto ai topi ma anche ai media e magari anche a ciascuno di noi.
Concludendo: abbiamo parlato di guerra alla droga di nuove politiche e del destino del sistema di intervento e, forse, ora non avete voglia di ulteriori ragionamenti e nemmeno di droga o di farmaci antidolorifici ma, magari, di biscotti … si. Per questo la comunicazione è una delle anime del commercio e contribuisce anche a definire i nostri desideri, le nostre decisioni e le nostre azioni. L’importante sarebbe riuscire a capire a favore di chi o di cosa … ma questo è un altro discorso. Forse.

lunedì 28 ottobre 2013

Casate Online - Molteno: Silvano Ratti premiato con il ''coroldino d'oro''

Una bellissima serata organizzata dai nostri amici dell'Associazione L'Arco che ha premiato uno dei nostri imagnifici volontari.
Grande Silvano, ti vogliamo bene!!!!!!! 

Molteno: Silvano Ratti premiato con il ''coroldino d'oro''


Si è svolto a Molteno l'atteso appuntamento della seconda edizione del Coroldino d'oro, il riconoscimento che viene assegnato, con il patrocinio del comune, dall'associazione Arco ad un cittadino che si è saputo distinguere per la sua fervente attività di aiuto verso il paese.
"Ci ritroviamo anche quest'anno in occasione di questa importantissima ricorrenza per sigillare la recente solidarietà tra la Cittadinanza di Molteno, l'Arco e la Comunità Accoglienza e Lavoro di Coroldo. Quindi oggi abbiamo scelto di premiare una persona che sia simbolo di questo nuovo connubio" ha spiegato il presidente dell'associazione Patrizia Dell'Oro prima di svelare l'identità del premiato. Si tratta di Silvano Ratti, moltenese dalla nascita e "da diversi anni impegnato ad aiutare tutti ma in special modo gli ospiti della comunità Accoglienza e Lavoro sempre con grande generosità e costanza". Questi i motivi che hanno portato alla scelta.
Silvano Ratti tra il sindaco Mauro Proserpio e Patrizia Dell'Oro dell'associazione Arco

La benemerenza è andata dunque a questo cittadino che opera da sempre al servizio delle persone bisognose e che, per approfondire questa sua vocazione, si è recato spesso fuori dall'Europa, dove è entrato in contatto con un'altra realtà e cultura, quella africana.
Silvano Ratti, terminati gli studi, ha cominciato ad esercitare la professione di falegname nella bottega di Livio Cazzaniga, un artigiano di Barzanò che tramanda al proprio allievo la passione della pittura. Nel 1989, Livio convince Silvano ad accompagnarlo nella missione di Matiri in Kenya per aiutarlo nella decorazione della loro chiesina appena rinnovata. In questi luoghi Silvano ha conosciuto la povertà e la miseria, ma l'Africa, nonostante il triste lato della sofferenza, entra per altre mille ragioni nel cuore delle persone che la visitano e non ne esce più. Da quella prima volta ha trascorso, quasi ogni anno, almeno un mese per aiutare la missione, insegnando ai ragazzi il lavoro di falegname ed eseguendo lavori di ogni sorta.
Nel frattempo a Molteno si è formata l'Associazione Pensionati Moltenesi, che ha avviato una serie di servizi per il Comune e un nuovo rapporto con la Comunità Accoglienza Lavoro di Coroldo. Silvano si è da subito distinto per la sua collaborazione. Questa sua generosità è stata formalmente riconosciuta attraverso la cerimonia che si è tenuta venerdì 26 ottobre. Dopo la proclamazione, i presenti hanno proseguito la serata allietati da musica e balli.

tratto da: www.casateonline.it