mercoledì 17 luglio 2013

Appello ai sindaci. L'azzardo si può fermare

Per il Consiglio di Stato le sale gioco non sono esercizi come gli altri

di Lorenzo Maria Alvaro

L'ordinanza che ribalta il Tar e dà ragione al Comune. «Un segnale importante» per Anna Scavuzzo, consigliere comunale milanese

275527 Consiglio di Stato   anno giudiziario
«È un segnale molto importante perchè è il riconoscimento della necessità da parte del Comune di agire sulla tutela della salute del cittadino, anche in tema di gioco di azzardo». Così Anna Scavuzzo, presidente del gruppo consiliare Milano Civica del Comune di Milano ha salutato l'ordinanza con cui il Consiglio di Stato ha ribaltato la sentenza del Tar che aveva stabilito come il Comune non potesse decidere sugli orari d'apertura delle sale gioco (la sentanza in allegato).

«Il Consiglio stabilisce che gli enti locali hanno il dovere di occuaprsi di questi temi. Non si tratta di azioni moralistiche o di condanna del gioco. Sono posizioni che hanno il merito di mediare tra il lecito interesse imprenditoriale e la salute del cittadino», sottolinea Scavuzzo.

L'ordinanza poi ha anche altri meriti, non ha dubbi Scavuzzo. «Credo che il riuscire a distinguere quello che può fare il Comune su questi temi sia importante. Le case da gioco, è evidente, non sono semplici attività imprenditoriale. Per questo è giusto che si intervenga sugli orari di apertura al pubblico e sulla posizione al'interno del tessuto urbano. Il Consiglio questo lo mette nero su bianco».

Ma forse la cosa più importante che con questa decisione è stata chiarita è che non esista una mancanza di normativa. «Non c'è, a quanto pare, quel vuoto normativo che ha portato in questi anni il Tar a dar sempre ragione alle case da gioco. Come si è sempre pensato, stando alla normativa vigente, le sale slot non sono considerabili esercizi commerciali tout-court, perchè la fidelizzazione che nasce tra clientela ed esercente va molto al di là di quella tipica». 


tratto da VITA

martedì 16 luglio 2013

giovedì 11 luglio 2013

L'eroina torna a fare paura

E' con orgoglio che pubblichiamo questo contributo di Riccardo Carlo Gatti che studia da anni l'evoluzione dei fenomeni di dipendenza ed abuso di sostanze nel nostro Paese, anche in senso previsionale; cura il sito www.droga.net; è attivo su Twitter @RiccardoGatti; dirige il Dipartimento Dipendenze della ASL di Milano

 

L'eroina torna a fare paura

di Riccardo Carlo Gatti, Medico, Psicoterapeuta e Specialista in Psichiatria, Direttore del Dipartimento delle Dipendenze della ASL di Milano
Già da un po’ di tempo ho come la sensazione che qualcosa si stia muovendo nel mercato dell’eroina. Forse nulla sta realmente cambiando: è possibile che questa sensazione  sia semplicemente la conseguenza di una maggiore attenzione da parte dei media nei confronti di notizie, come le overdose, che, per un certo periodo, sembravano essere sparite dalle cronache. Potrebbe però anche trattarsi di una … mia maggiore attenzione al fenomeno, collegata ad una certa sensibilità per le nuove tendenze in questo settore che ho coltivato in questi anni. La mia ipotesi, tutta da verificare, è che, dopo un periodo di relativa stasi, gli oppiacei stiano (in modo diverso a seconda dei luoghi e delle situazioni) ritornando “di moda”.
Sopra quanto scrivevo nel settembre 2005. Poi ho scritto altre note sullo stesso argomento che sono raccolte nello speciale “il ritorno dell’eroina”. Il lavoro previsionale di Prevo.Lab ha confermato le mie intuizioni. Anche se le previsioni iniziali sono state riviste nelle versioni successive (visto che la crisi economica ha improvvisamente diminuito la domanda per i beni di consumo, droghe comprese), abbiamo osservato che l’eroina, da sostanza dimenticata, messa ai margini e, comunque, sempre presente tra i consumi di droghe, ridiventava una possibilità concreta ed in espansione almeno, in alcune parti d’Italia, con un futuro prevedibile in moderata crescita.
La cosa che mi preoccupa di più è assistere ad una sua progressiva espansione tra gli studenti. Negli anni 80 e 90 gli studenti che l’assumevano erano pochi e, quei pochi, abbandonavano rapidamente il corso degli studi per finire in un qualcosa che era efficacemente definito “tunnel della droga”. Quando però, ancor prima, il fenomeno eroina era iniziato, non aveva, da subito, interessato solo o soprattutto persone ai margini. Per questo, già nel 2005, parlavo di oppiacei che tornano “di moda”. Ogni diffusione di droghe ha bisogno di essere supportata una visione del consumo che faccia “tendenza”. Lo studente può essere un buon “testimonial”.
Contemporaneamente alla nostra situazione, oggi, tutto il Nord America cerca di porre rimedio ad una epidemia di abuso di oppiacei (N.B. anche l’eroina è un oppiaceo) nati come farmaci per la terapia del dolore: da soli stanno provocando più emergenze di eroina e cocaina messe assieme (!!!).  Ciò mentre negli USA e in Canada l’eroina torna nelle strade come “sostitutivo” di quei farmaci ma anche come “nuova droga” a basso prezzo per tutti. In Russia e zone limitrofe, dunque molto vicine a noi, sono ormai milioni i consumatori di questa sostanza che, assieme ai suoi derivati più pericolosi, sta facendo danni disastrosi.
Pensavamo che l’intervento occidentale in Afghanistan potesse anche affrontare il problema oppio e derivati ma, invece, lo ha peggiorato. Addirittura una epidemia di dipendenza da oppiacei, sebbene da noi se ne parli poco, si è diffusa tra le truppe di occupazione e tra i “contractors” che supportano le azioni belliche. L’eroina afghana parte verso l’Europa, l’Asia centrale, il Medio Oriente e l’Africa ma la sensazione è che arrivi anche al Nord America, assieme a quella proveniente dall’America Latina; quella prodotta nel Triangolo d’oro asiatico alimenta i mercati cinesi, est-asiatici e dell’Oceania.
Attenzione! Alla fonte sia la produzione che i prezzi sono in aumento ed è quindi pensabile che la domanda di eroina sia prevista in crescita e che questo ne faccia aumentare il valore.
Passata l’ebbrezza che a cavallo del secolo vedeva le droghe proposte a tutti con tecnologia da “grande distribuzione” con una miriade di consumatori occasionali forniti da spacciatori occasionali in un mercato in continua espansione, la riduzione dei consumi dettata dalla crisi ha obbligato tutti a fare una “spending review”, organizzazioni criminali comprese, con la necessità di un maggior controllo delle catene di distribuzione, dei territori e… dei consumatori. C’è necessità di stabilità e di sicurezza per il futuro. Chi investe in droga deve essere garantito negli utili e non è rassicurato da un mercato dove, con i prodotti sintetici, chiunque può improvvisarsi produttore e distributore verso clienti per cui “una droga vale l’altra”. Come se non bastasse ci sono intere Nazioni che incominciano seriamente a valutare la possibilità, della sostituzione del monopolio illegale della cannabis con uno legale, spostando gli utili dalle mafie agli Stati ed a “liberi imprenditori”.
Certe mutazioni nei consumi e nelle abitudini sono irreversibili, altre tendenze legislative sono ancora tutte da discutere ma se, nel frattempo, le organizzazioni criminali non riusciranno a ricreare una base solida di consumatori abituali di droga, non riusciranno nemmeno a rassicurare gli investitori ed a mantenere una rete di vendita diffusa, sostenuta da una logistica (dalla produzione, al magazzino, al trasporto verso il consumo) importante ed onerosa. Non è detto che questa operazione venga fatta in Italia. Ci sono interi Paesi emergenti e continenti (l’Africa) dove certi investimenti potrebbero essere più redditizi ma, a meno che l’Italia non perda completamente di interesse economico per i trafficanti di droga, l’eroina rimane un prodotto importante anche per le sue caratteristiche intrinseche.
Indipendentemente da come venga assunta, infatti, l’eroina rapidamente genera, a differenza di altre droghe, la necessità di aumentare la dose o la frequenza di assunzione solo per avere lo stesso effetto. Il passo successivo, la dipendenza, quindi, è più facilmente inducibile; il consumo ripetuto ma occasionale è più improbabile. Raggiunto lo stato di dipendenza, l’astinenza “fai da te” è molto avvertibile anche a livello fisico e difficile da controllare considerando che… basta una dose di eroina per ritornare a “stare bene”. Anche per chi intraprende un percorso di cura, spesso lungo e complesso, le ricadute sono frequenti: almeno due persone su tre ritornano a foraggiare i loro spacciatori di fiducia.
Per questi motivi l’eroina proposta con metodi “push” anche a chi consuma saltuariamente altre sostanze,  rimane un modo efficace per tentare di controllare economie, territori e persone e, soprattutto in periodi di crisi, rappresenta un investimento sicuro e con buone prospettive di sviluppo nel tempo perché in grado di contrastare attivamente e competitivamente i mercati alternativi alle droghe tradizionali.
Per questo anche se l’eroina non tornerà più ad essere “La Droga”, in un mondo globalizzato che anche in questo campo presenta molteplici alternative illegali ma anche legali, potrebbe ri-guadagnare spazio nel nostro Paese. Alcune azioni, come quella di riproporre sul mercato eroina bianca assieme alla brown, differenziando qualità e prezzi, sembrano andare in questa direzione. Se l’iniziativa fosse intrapresa con decisione ed avesse successo, produrrebbe non pochi danni: teniamo presente la facile diffusione che hanno oggi le sostanze illecite, rispetto ai tempi passati, e che esiste una popolazione giovanile che manca di “anticorpi” perché ha idee molto vaghe rispetto a cosa abbia significato la diffusione epidemica della sostanza nel secolo scorso.
Certamente la situazione generale nell’Europa occidentale, per ora, sembra stabile ed in molte regioni italiane non ci sono segnali consistenti di particolare allarme. Comprendo, quindi come possa sembrare anacronistico parlare di “vecchie” droghe proprio in un momento in cui tutti sembrano allarmati o, forse, attratti da nuove forme di dipendenza da “nuove” droghe o anche da dipendenze comportamentali. Credo, però, che ci siano molti motivi per essere vigili rispetto alla possibilità di una diffusione epidemica dell’abuso di oppiacei (farmaci compresi) in generale e dell’eroina, in particolare.
Già oggi, in alcune zone del Paese, l’eroina torna a far paura e non è più un fenomeno residuale. Fino a qualche anno fa nessuno lo avrebbe pensato.

tratto da: www.lecconotizie.com
e da: www.droga.net

martedì 9 luglio 2013

invito alla lettura



Ora ti leggo una storia

Catapultato dalla grande città alla vita di paese Simone, ragazzino quattordicenne, teme di non riuscire ad inserirsi nel nuovo ambiente. E’ arrabbiato con i genitori che, con la loro decisione di cambiare vita, hanno obbligato anche lui a lasciare tutto ciò che conosceva ed amava come “il suo mondo”. Quando però avviene l’incontro con Matteo, anzi “Rotella” come viene soprannominato, tutto cambia. Simone entra in contatto con una realtà con cui non aveva mai avuto a che fare. Il nuovo amico infatti deve il suo nomignolo alla sua disabilità: un grave incidente lo ha costretto sulla sedia a rotelle. Ma tutt’altro che rassegnato alla sua condizione Matteo vive il suo handicap con disinvoltura ed ironia. Insieme a lui un gruppo eterogeneo di amici, costituito da personaggi davvero particolari, partendo dal classico “secchione” sempre chino sui libri, al ragazzo fragile sempre ammalato. Con loro anche un adolescente di origini straniere e lo sfortunato “Cerotto” che non perde occasione per finire al Pronto Soccorso.
Nel racconto le avventure della banda si susseguono allegramente, con leggerezza si cerca di comunicare la voglia dei ragazzi di superare le barriere della disabilità o di altre problematiche sociali, facendole passare in secondo piano. In un gruppo così affiatato anche Simone si sente subito accettato e, dopo qualche tentennamento, si lascia coinvolgere…
Con questa storia le autrici vogliono trasmettere la speranza in un mondo che purtroppo non esiste, in cui tutti sono considerati uguali. La diversità non è qualcosa da temere o da tenere a debita distanza, ma viene vista come un punto di forza e trattata con ironia. Questo è un concetto molto importante, ma difficile da acquisire soprattutto nell’adolescenza, periodo della vita nel quale i ragazzi si  sentono sbagliati anche solo perché non  indossano il “giusto” tipo di scarpe.





Per scrivere libri destinati ai ragazzi, genere spesso relegato ai margini della letteratura ufficiale, non bastano solido talento e fervida fantasia, ma occorre saper costruire validi personaggi e strutture narrative adeguate.
Dopo aver pubblicato due colorati albi per bambini “Ridi col lupo” e “Un arcobaleno di angeli”, le scrittrici valmadreresi Ofelia e Veronica Dell’Oro si cimentano in un racconto che sfiora il tema della disabilità.
Rivolto a un  pubblico di preadolescenti il racconto Handicap, acrostico di Ho Amici Normodotati e Diversamente abili Insieme Cavalchiamo Avventure Pazzesche, è tra i vincitori del concorso “Scrivere per ragazzi” indetto nel 2011 dalla casa editrice Dino Audino. Prossima uscita del libro che raccoglie tra le centinaia di racconti in gara i migliori dodici divisi in fasce d’età: 8-10, 11-14, 15-17 anni.

Ora ti leggo una storia

Fascia 8-10 anni

Elisa Armellino, La ribellezza

Filippo Infante, Gregg cane di luna

Cristina Maglio, La mia compagna di banco è una sirena

Franca Monticello, Ali di farfalla


Fascia 11-14 anni

Ofelia e Veronica Dell’Oro, Handicap

Grazia Gironella, La ragazza con il sari rosa


Fascia 15-17 anni

Silvia Benassi, Vacanze a Bangkok

Marco Bevilacqua, Come dentro a un film

Benedetta Bonfiglioli, Come l’acqua del fiume

Pierluigi Lupo, Il torneo

Federica Priola, Oscura è la notte


mercoledì 12 giugno 2013

Non si può cambiare la testa e il cuore ad un bandito. Invervista a Corrado

di Luca Ciusani, psicologo Accoglienza e lavoro
L’articolo che vi accingete a leggere contiene un’intervista fatta al sig. Corrado, uomo di 56 anni che frequenta il servizio di Centro Diurno della Cooperativa Accoglienza e Lavoro di Molteno (cooperativa sociale che si occupa da più di vent’anni della cura di tossicodipendenza e alcolismo).
La scelta di inserire all’interno di questa rubrica dedicata al sociale la testimonianza del sig. Corrado, risponde principalmente a due ragioni. La prima riguarda uno dei principi cardine su cui si fonda il lavoro di cura all’interno della cooperativa, ovvero il tentativo di dare voce alle persone e alle loro storie. La seconda, peraltro complementare alla prima, é la volontà di “gettare dei ponti” tra il fuori e il dentro, tra la comunità che la cooperativa gestisce e il territorio, tra le persone che frequentano i nostri servizi e i cittadini. Come già detto sopra questi sono due movimenti complementari in quanto il dare voce o, se volete, il prendere la parola, necessita sempre che ci sia qualcuno che quella parola l’ascolti. Da questo é nata l’idea di scrivere questo articolo.
Ci tengo inoltre a mettere in evidenza un altro punto. Questa intervista non vuole mostrare un percorso concluso, ne mettere in mostra l’efficacia di un metodo, al contrario le parole del sig. Corrado sono il segno di una risposta possibile. Sono la testimonianza dello sforzo messo in campo da entrambe le parti, l’utente e i curanti, per far fronte alla drammatica sofferenza che talune vite riserbano. E’ un lavoro in via di svolgimento che prevede, come ogni lavoro, una quota di fatica in primis del sig. Corrado. E’ un lavoro tutt’altro che semplice, tutt’altro che concluso o come dice più precisamente il sig. Corrado, un dialogo che non finirà mai.
Concludo questa introduzione all’intervista facendo notare che questo testo spinge anche a riflettere sull’idea di comunità, di istituzione terapeutica, a cui ci si riferisce.
Si tratta, a mio avviso, di mettere tra parentesi l’idea di comunità, o di istituzione di cura quale luogo trasformativo dell’individuo, a favore di una visione della comunità in quanto luogo dove, in primis, il soggetto trascorre parte della sua vita.
In altre parole il piano dei risultati non deve essere privilegiato a discapito del percorso effettivo, che è, innanzitutto, un tempo della vita del soggetto.
Corrado si trova seduto davanti a me, la polo che indossa gli lascia scoperti gli avambracci, dai quali si impongono alla vista numerosi tatuaggi. In particolare due scritte fatte con un romantico carattere corsivo, una per arto, sembrano rivolgersi direttamente al suo interlocutore. Una recita “la sfida della vita è più paurosa della morte” l’altra “non puoi cambiare la testa e il cuore di un bandito”. Decido di iniziare da lì.

Ha molti tatuaggi…
Ogni tatuaggio per me ha un significato, è un pezzo della mia vita. Cioè uso la mia pelle per scriverci sopra la mia vita. Beh… che la sfida della vita sia più paurosa della morte, si commenta da sé, è così. Vivere con una certo onore, con una certa etica, con una certa morale è una sfida incredibile, difficilissima, molto più facile morire.

L’altra scritta invece?
Non puoi cambiare la testa e il cuore di un bandito, significa che aldilà di tutto io non cambierò mai. Se uno nasce tondo non può morire quadrato, se uno entra nel mondo della droga… non voglio dire che tutto era predestinato, però…
Poi, il cuore di un bandito è la mia vocazione, che c’è sempre stata, a combattere contro questo sistema che ci sta mettendo a zero, il mio cuore è lì.

Perché proprio un bandito?
Perché io mi reputo un bandito non nel senso di un criminale, il bandito è il cartello che i nazisti mettevano al collo dei partigiani. Una figura romantica, che lotta contro le istituzioni, ma con delle regole ferree, con una morale.

Perché un bandito frequenta il centro diurno?
Il perché frequento questo posto si può dire in due parti. La prima è perché uscito dall’altra comunità e dall’alcool, c’era in me un’impreparazione alla vita normale, non sono mai stato capace di fare una vita normale. Di conseguenza trovandomi nella condizione di dover affrontare tutto senza alcool, molto lucidamente, mi sono spaventato molto.
Il consiglio che mi hanno dato era di trovarmi qualcosa di utile per il mio “rimettermi in sesto”. Ma la prima cosa era quella di stare in posto tranquillo, tra virgolette, lontano da tutto e da tutti.
Anche perché se mi venivano le tentazioni… non ho più il lavoro, ho degli hobby che però non mi impegnano tutta la giornata e stare a casa a far niente mi sarei messo molto a rischio.

Questo è il primo motivo?
Si

Il secondo?
Il secondo motivo era mettermi alla prova. Dopo aver affrontato tutte le mie paure… a proposito oggi sono due anni giusti che non bevo più.

Proprio oggi?
L’ultima birra l’ho bevuta il 5 giugno del 2011, quindi oggi sono due anni giusti che non bevo.

Complimenti…
Quindi, il secondo motivo era mettermi alla prova, mettermi a confronto con altre persone, anche con problemi di dipendenza, io non distinguo se da alcool, droga o psico-farrmaci, però da lucido.
E poi il venire qui mi dà come un senso di appagamento. Già a me essere qui mi sembra di essere utile agli altri, senza tante parole ma con i fatti della mia vita vissuta. Cioè io non voglio insegnare a nessuno cosa fare della sua vita, ma nessuno mi può dire che dalla droga e dall’alcool non si esce.

Una specie di esempio?
Si

Che rapporto ha con le persone che incontra in cooperativa?Certo non ho un rapporto di comodo. Io ho sempre cercato di dire e di fare quello che pensavo. Ho voluto provare ad essere sincero, cosa che non sono mai stato nella mia vita…
-silenzio-
Stava dicendo del rapporto con le altre persone…
Oggi come oggi ho un rapporto di distacco con gli altri utenti perché mi accorgo che non corrispondono le mie esigenze. Mi accorgo che le persone sono molto diverse da me, chi perché non ha ancora bene in testa quanto sia pesante, difficile, quanto sia impegnativo togliersi dalle sostanze; altri invece si illudono di aver capito tutto; altri ancora invece che sono persone fondamentalmente….non vorrei sembrare cattivo, ma che sembra che siano ignoranti e che gli piace rimanere tali. La difficoltà più grande è di non trovare interlocutori, purtroppo si parla troppo spesso di droga, di spaccio cose che non servono a cambiare.
Oppure ci si lamenta di quello che la comunità non fa per gli ospiti. Io nella vita non ho mai sputato nel piatto dove mangiavo, anche se era un mangiare amaro. Io vengo qua ma perché mi sta bene, nessuno mi ha cercato.

Proseguo con le domande, cosa ha trovato nella cooperativa?
Beh, intanto ho trovato un rapporto con il mio psicologo. Sicuramente questo è stato non per caso, perché le cose per caso non credo che accadano, ma perché era il momento giusto. Una delle prime cose che ci siamo detti è che il nostro dialogo non finirà mai. E’ uno spazio in cui una parte di me riesce ad aprirsi. A volte mi fa male, mi fa vergognare con me stesso, anche se è un vergognarsi in positivo

Cosa significa vergognarsi in positivo?
Significa che mi vergogno di cose che potrei benissimo fare ma che non faccio e anche che sono un uomo maturo, un uomo di una certa età che ancora non riesce a staccarsi dal suo giocare continuo. Prima niente era serio per me, anche adesso è un po’ così, ma in maniera più sforzata, adesso un po’ mi vergogno quando esagero nel vivere le situazioni con goliardia anzichè allegria.
E’ molto facile buttare tutto in “troie e trattorie”, se io penso alla mia leggenda personale, come direbbe Choelo, viene fuori che io ho sempre preso tutto per scherzo, ho sempre preso tutto sotto gamba dicendo “tanto poi qualcuno mi da una mano”. Adesso mi accorgo che non si può farlo sempre, non quando ci sono di mezzo le cose importanti come la famiglia. Se mio figlio sta male, non posso dirgli “va beh, chi se ne frega, facciamoci quattro risate insieme”; se vivo una situazione un po’ particolare con mia moglie non posso dire “va beh, vado da un’altra donna”…
Non so perché ma affrontare queste cose da “uomo grande”, in maniera seria, mi mette in imbarazzo. Però ultimamente questo prendere le cose per scherzo anziché seriamente si sta ridimensionando.

Da quando?
Da quando sono sobrio sicuramente…. avere il cervello lucido è un fardello pesante da portare, soprattutto quando hai dentro un passato in cui hai fatto cose non tanto belle. Ecco, affrontare chi sono e chi sono stato mi fa pensare alle cose in maniera seria.

martedì 4 giugno 2013

la fiaba e il bambino

Ospitiamo oggi un contributo della nostra amica ed ex collega Claudia Ferraroli che ringraziamo per l'articolo e la disponibilità. Buona lettura a tutti.

La fiaba e il bambino

di di Claudia Ferraroli, pedagogista clinica-autrice di libri gioco e giochi educativi
Per prima cosa definiamo con esattezza cosa è una fiaba: la fiaba è un racconto che ci trasporta lontano dalla realtà quotidiana e narra vicende situate in un mondo immaginario. I protagonisti delle fiabe sono creature umane coinvolte in avventure straordinarie con personaggi dai poteri magici come fate, orchi, giganti, gnomi.
E’ probabile che le fiabe, trasmesse un tempo solo oralmente, siano la semplificazione di antichi miti, rielaborati nel tempo dalla fantasia popolare. Per secoli sono state raccontate a grandi e bambini ed hanno costituito un repertorio di saggezza e fantasia. A partire dal diciassettesimo secolo, in seguito all’emergere del pensiero illuminista e razionale, le fiabe sono diventate un intrattenimento principalmente per bambini.
La fiaba presenta una vicenda più ricca ed articolata rispetto alla favola. Gli avvenimenti sono caratterizzati da elementi magici e fantastici, intrecciati ad elementi verosimili. La narrazione di solito inizia da un momento in cui il protagonista subisce un danno o avverte una mancanza. Ci sono poi delle prove da superare, magari con l’aiuto di mezzi magici, infine c’è la sconfitta dell’antagonista ed il lieto epilogo.
Gli eventi presenti in una fiaba si snodano solitamente in quattro momenti:
1. Il primo momento riporta il luogo, il tempo, i personaggi principali, l’inizio dell’azione
2. Il secondo momento è dedicato allo svolgimento dell’azione con avventure di ogni genere
3. La terza fase è quella del momento culminante in cui il soggetto si trova di fronte ad eventi catastrofici
4. La parte finale, il quarto momento, è caratterizzata dalla vittoria del protagonista sulle avversità.
I personaggi solitamente hanno caratteristiche ben definite e a volte in contrasto tra loro (buono/ cattivo, sincero/bugiardo). Nelle fiabe più famose troviamo principi, principesse, re, regine, streghe, maghi, il vecchio, la vecchia, la fata, il folletto etc.
Una costante nelle fiabe è il fatto che sia il tempo sia lo spazio sono indefiniti e generici. E’ difficile stabilire in che epoca e quanto duri la vicenda di una fiaba, così come definire l’appartenenza geografica di una storia. Luoghi tipici delle fiabe sono invece castelli, boschi, caverne e fiumi.
La formula iniziale più classica, che segna spesso l’ingresso nello spazio magico della fiaba, è “C’ERA UNA VOLTA”…
Le formule finali invece possono variare e non sempre ci riportano alla realtà, ma un “VISSERO FELICI E CONTENTI…” è il più noto.
Spesso nelle fiabe si trovano delle ripetizioni di episodi simili, questo serviva per favorire la memorizzazione della storia a chi ascoltava. Elementi come: la fortuna che aiuta i più deboli, l’astuzia e l’intelligenza che sconfiggono il male, elementi magici e misteriosi, la lotta tra il bene e il male sono motivi ricorrenti.
Il linguaggio è molto semplice, perché le fiabe sono principalmente indirizzate ai bambini e perché per lo più venivano raccontate oralmente. Per cui si trovano: discorsi diretti, ripetizioni di parole, formule magiche, espressioni popolari, brevi filastrocche. I tempi verbali spesso si trovano al passato remoto o all’imperfetto.
AUTORI FAMOSI DI FIABE
Il francese CHARLES PERRAULT (1628-1703) rielaborò CAPPUCCETTO ROSSO e scrisse IL GATTO CON GLI STIVALI, CENERENTOLA, LA BELLA ADDORMENTATA NEL BOSCO e altre.
I tedeschi JACOB e WILHELM GRIMM raccolsero, in giro per la Germania, i racconti dalla voce di donne anziane .Presero spunto da questi per scrivere fiabe quali Hansel e Gretel, Il principe ranocchio, Biancaneve e i sette nani.
Il danese HANS CHRISTIAN ANDERSEN ( 1805-1875) scrisse LA SIRENETTA, LA PICCOLA FIAMMIFERAIA, IL SOLDATINO DI PIOMBO.
L’italiano ITALO CALVINO, scrittore moderno, ha raccolto in ”FIABE ITALIANE” i racconti popolari italiani, sul modello dei fratelli Grimm.
Come la fiaba può essere d’aiuto al bambino?
Il bambino che ascolta o racconta la fiaba partecipa con tutto se stesso alla storia, perché avverte, anche se non consapevolmente, che la storia lo riguarda. Ogni fiaba, infatti, attraverso le vicende del protagonista e degli altri personaggi, propone conflitti, emozioni o pulsioni che appartengono anche al mondo psichico interno del bambino.
Attraverso un processo di IDENTIFICAZIONE con i personaggi della fiaba, il bimbo riesce a vivere anche le situazioni conflittuali, angoscianti, ansiogene, ma alla fine si libera da tutti quei sentimenti con il lieto fine.
Inoltre nella fiaba troviamo sempre l’elemento della TRASGRESSIONE, che trascina il protagonista in sventurate vicende (es. Cappuccetto Rosso che disubbidisce alla mamma), ma che lo conduce poi alla TRASFORMAZIONE di sé (diventa più coraggioso, o più forte, più avveduto o più felice, più ricco o più potente): e la trasformazione è irrinunciabile elemento di evoluzione, in particolare durante l’infanzia. Perciò per i bimbi leggere o ascoltare o inventare una fiaba significa cercare le proprie profonde risorse evolutive, anche laddove vi siano difficoltà emotive o relazionali. E’ noto, infatti, l’utilizzo intensivo delle fiabe e, in generale, della narrazione nelle psicoterapie infantili: ciò è legato anche alla ricchezza simbolica dei contenuti fiabeschi.
Che consigli dare ai genitori?
Viene da sé che ai genitori è vivamente consigliato leggere le fiabe ai propri figli, spronarli ad inventarne di nuove o rappresentare le più note attraverso il gioco imitativo, le marionette , i burattini o i travestimenti più o meno improvvisati.
Può essere anche utile e ,oserei dire liberatorio, invitare il bambino a rappresentare tramite il disegno i momenti della fiaba che più l’hanno colpito o intrigato! E se poi notate che ci sono dei temi o dei personaggi all’interno della storia che sembra prediligere, divertitevi in biblioteca a cercare tutte le fiabe antiche e moderne che riportino ciò che il vostro bimbo ama tanto!
Un piccolo aiuto per inventare fiabe insieme ai vostri figli il gioco in scatola “INVENTA FIABA” con allegato il libro“giochiamo a raccontare” di claudia ferraroli, ed. la fabbrica dei segni, 2012
di Claudia Ferraroli, pedagogista clinica-autrice di libri gioco e giochi educativi, www.claudiaferraroli.it 


tratto da: lecconotizie.com