Luca Ciusani, Psicologo Accoglienza e lavoro Molteno
Non è retorica, fare i genitori è un mestiere difficile. Si sa, non
esistono ricette o programmi vincenti e i manuali per essere “genitori
felici”, compilati a cura di psicologi ed educatori, appaiono spesso
intrisi di luoghi comuni e poco rispondenti alle reali difficoltà che
madri e padri si trovano a dover affrontare.
L’educazione dei figli non prevede standardizzazioni o regole che
garantiscano il risultato; ogni genitore è diverso e ogni figlio anche.
Lo stesso Sigmund Freud indicava l’educare come un compito impossibile1.
D’altronde, in estrema sintesi si potrebbe dire che l’obiettivo
principale dell’educazione dei figli è proprio promuoverne la
soggettività, porre le condizioni affinché essi possano sviluppare
appieno le proprie potenzialità.
Può
apparire un compito paradossale se si pensa alla necessaria rete di
limitazioni che il processo educativo porta con sé per chi lo riceve.
Individuo e società vengono a contatto: da una parte la soggettività
come espressione della più intima particolarità personale e dall’altra
le regole come limitazione della stessa a favore della collettività.
Complicato pensare a come queste due tendenze possano coesistere nello
stesso processo. Questo aspetto paradossale del resto è presente
nell’etimologia stessa della parola. Educazione viene dal latino
e-ducere che significa letteralmente condurre fuori, quindi liberare,
far venire alla luce qualcosa che è nascosto, ma l’utilizzo che ne viene
fatto sta ad indicare quel processo attraverso il quale l’individuo
riceve ed impara quelle particolari regole di comportamento che sono
condivise nel gruppo familiare e nel più ampio contesto sociale in cui è
inserito. Far emergere attraverso delle limitazioni.
Lasciando sullo sfondo quella che potrebbe sembrare una
contraddizione, si può con certezza affermare che in ogni caso
l’educazione non è un processo autarchico, non è qualcosa che
l’individuo può fare da solo, ma al contrario implica una relazione
dialettica.
I genitori, ma non solo se pensiamo ad esempio agli insegnanti, sono i
soggetti elettivamente chiamati a rispondere a questa necessità. Va da
sé che le difficoltà, i dubbi, le incertezze, e che diamine diciamolo,
gli errori non siano l’eccezione ma la regola. Tuttavia crediamo sia
interessante, almeno per il discorso che stiamo facendo, cercare di
evidenziare e magari anche provare a capire, quali specifiche difficoltà
porti con sé il discorso sociale della nostra contemporaneità.
Come si diceva sopra, fare i genitori è un mestiere difficile e con
ragionevole sicurezza si può dire che lo sia sempre stato e che
probabilmente lo sarà sempre; ma quali contorni prende questa sfida
oggi?
Al di là delle differenze individuali, che ovviamente sono
fondamentali ma non approcciabili da un discorso generale, si possono
individuare due elementi caratteristici della modernità che crediamo
giochino un ruolo importante nel determinare la difficoltà cui i
genitori devono far fronte. Lo sfondo comune a questi elementi è la
trasformazione della struttura familiare, di cui si è parlato
precedentemente. La messa in crisi del modello familiare tradizionale,
unita alla mancanza di un modello alternativo “forte”, costituisce la
base con cui approcciare la questione.
1- Il discorso sociale sembra spingere verso una
indifferenziazione dei ruoli. Negli ultimi decenni si è assistito ad una
progressiva spinta verso una certa intercambiabilità dei membri della
coppia genitoriale. Le cause di questo fenomeno sono molteplici e
un’analisi puntuale richiederebbe più tempo, però due elementi sono
facilmente rilevabili: da una parte l’emancipazione della donna,
dall’altra l’aumento delle esigenze economiche familiari.
Se la prima ha avuto come conseguenza il fatto che le donne abbiano
potuto trovare realizzazione in ambiti diversi da quello familiare, la
seconda ha in molti casi reso non solo possibile ma necessario che
accanto al lavoro dell’uomo, tradizionalmente accettato e promosso, si
affiancasse quello della donna. Entrambi i movimenti sono andati
chiaramente nella direzione di ridurre la differenza all’interno della
struttura familiare.
L’emancipazione femminile e la necessità economica effettivamente
portano con sé alcune conseguenze. Una donna che si trovi oggi in una
situazione familiare, di matrimonio o di convivenza, si può ad esempio
veder costretta a decidere tra la maternità ed il lavoro; d’altro canto
un uomo si può trovare nella condizione di essere colui che si occupa
principalmente dei figli. “Pari dignità tra uomo e donna” spesso assume i
contorni di “stessa funzione”, come se la coppia genitoriale dovesse
apparire scevra da ogni differenziazione.
Non ci sono regole fisse, i lettori ci scuseranno se insistiamo su
questo punto, ma è un dato di fatto oltre ad essere una posizione etica.
L’azione orientativa che una suddivisione netta delle competenze aveva
sugli individui appare oggi labile. Chi mette le regole? Chi si occupa
delle faccende di casa? Chi va a portare i bambini a scuola? Chi si
occupa degli impegni dei figli? Chi cucina? Qualcuno rinuncia alla
carriera per i figli?
Solo alcune domande, tanto per stare sul leggero, ma non sarebbe
fuori luogo porne altre alla luce della cronaca. E’ notizia recente del
primo “uomo-ex-donna” incinto… le possibilità inedite sono all’ordine
del giorno.
2- Il tempo che i figli trascorrono con i genitori, o
con uno di essi, si è notevolmente ridotto. Lo stile di vita attuale
necessita che i genitori siano sempre più impegnati lavorativamente. I
genitori sono meno a casa e spesso la rete familiare dei nonni, degli
zii, ecc., non li può supportare adeguatamente, o semplicemente non
viene considerata come la soluzione ottimale.
E’ un fatto che dalle prime esperienze di scuole a tempo pieno siano
trascorsi circa quarant’anni e che progressivamente si sia assistito ad
una continua domanda da parte delle famiglie di poter usufruire di
servizi simili.
Attualmente si assiste ad un grosso impegno da parte delle
istituzioni scolastiche e dei comuni per far fronte a queste esigenze.
Tempo pieno, rientro, pre-scuola, dopo-scuola, anticipi, classi
primavera, asili nido, centri estivi, attività integrative: queste le
parole che indicano le risposte che le istituzioni provano ad attivare.
I tempi cambiano e le esigenze anche, ma è evidente che il tempo
passato in famiglia si riduce. Quali conseguenze comporta questo?
Non crediamo che si possa fare un’equivalenza stretta tra il tempo
passato in famiglia e l’efficacia dell’azione educativa dei genitori;
piuttosto crediamo sia più interessante affrontare la questione
rilevando come altre istituzioni, principalmente la scuola, siano state
chiamate a dover assolvere a compiti inediti di natura educativa. Anzi,
si potrebbe dire, cambiando di poco la prospettiva, che i genitori
debbano oggi demandare parte del loro compito ad altri. Ma chi sono
questi altri?
Per esempio gli insegnanti, i quali però, dal canto loro, stanno
attraversando un difficile momento dal punto di vista del riconoscimento
che le famiglie accordano al loro ruolo.
Riassumendo: compito difficile, necessità di demandare, discorso sociale non garante dei ruoli… la miscela è esplosiva.
mercoledì 4 dicembre 2013
martedì 19 novembre 2013
Alcune riflessioni attorno le famiglie contemporanee (1^ parte)
Luca Ciusani, Psicologo Accoglienza e lavoro Molteno
Un più di libertà. Non fa più notizia dire che la società è cambiata: lo dicono i giornali, la tv, internet, è insomma sulla bocca di tutti e ormai anche lo stravolgimento cui la struttura familiare è incorsa negli ultimi decenni non fa più scalpore. E’ prima di tutto una constatazione, un’esperienza comune che le statistiche, ad esempio quelle divulgate dall’Osservatorio Nazionale sulla Famiglia1, non mancano di confermare.
Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci: non si tratta di fare qui una valutazione moralistica, o peggio di giocare a dire che si stava meglio quando si stava peggio; semplicemente la nostra è una presa di coscienza dei cambiamenti che, volenti o nolenti, hanno investito l’attuale società e conseguentemente la famiglia come struttura sociale.
Se la famiglia patriarcale sembra essere un ricordo vintage, una sorte non diversa spetta a quella spinta a contrapporsi ad un modello così rigido, unico e prestabilito, che infiammava il dibattito degli anni settanta e ottanta. La valenza alternativa che la convivenza aveva rispetto al matrimonio ad esempio, sembra oggi perdere di peso. Al di là delle convinzioni personali, è il discorso sociale ad aver subito le modificazioni sostanziali. In altre parole a livello individuale si può ancora essere convinti della maggiore opportunità di una scelta piuttosto che di un’altra, ma a livello collettivo le indicazioni su come orientarsi appaiono molto più labili, a volte anche confuse. Su quale base scegliere il matrimonio o la convivenza in assenza di una norma sociale forte a cui aderire o contro la quale contrapporsi?
Sono i giorni in cui l’azione ideologica, politica e culturale che si fondava su una forte contrapposizione verso quei modelli prestabiliti, spesso aggettivati con termini quali “retrogradi”, “repressivi”, “bigotti”, “borghesi”, sembra aver perso la sua mission. L’impegno sociale e politico delle nuove generazioni ne è la cartina al tornasole. D’altra parte, scardinati i riferimenti collettivi viene a mancare ciò contro cui contrapporsi, emanciparsi. Q Quindi?
“Se Dio è morto tutto è permesso”2, annuncia il celebre paradosso dei fratelli Karamazof. Come in un presagio, Dostoevskij azzarda ciò che oggi appare come assodato: ognuno è libero di fare ciò che vuole. La morte di Dio spoglia infatti ogni valore dell’assolutezza, mostrandone la fragile base umana. L’ effetto è un “più di libertà” di cui spesso il soggetto è vittima e che si esaurisce nell’interrogativo “libertà da cosa?”.
Effettivamente la libertà trova la sua connotazione nella relazione con un altro termine: sono libero perché prima non lo ero, sono libero perché adesso le cose sono cambiate; ma che accade se non vi è più un riferimento che imponga un limite con cui confrontarsi e dal quale eventualmente emanciparsi verso la libertà? Quali sono le peculiarità di una condizione in cui la libertà sia, per così dire, già data?
Prendiamo a titolo di esempio il confronto-scontro generazionale che ha animato l’Italia dagli anni sessanta in poi, e mettiamolo in rapporto con la tendenza, ormai epidemica, dei figli a ritardare il momento di separazione dalla famiglia di origine. Certo, si dirà che le differenti condizioni economiche odierne non consentono facilmente questo passaggio; ma rimane il dubbio, almeno a noi personalmente, che questo fenomeno risenta anche di altri fattori. Rimane l’interrogativo di come trovare la propria strada da soli, senza un altro presente, in funzione del quale differenziarsi. L’educazione dei figli è l’ambito privilegiato di questi effetti. Come può un figlio arrivare a separarsi dai genitori se essi non rappresentano un termine dal quale poter prendere le distanze?
Il più di libertà, di cui si diceva prima comporta effetti inediti, a volte eclatanti. In questo senso, la questione che appare maggiormente paradigmatica rispetto al processo in cui i modelli forti in ambito sociale sembrano venire meno, è quella relativa all’identità sessuale. La cronaca ci è testimone, sono sempre più diffuse le pratiche chirurgiche e legali per il cambiamento del proprio sesso. Possedere una certa coppia di cromosomi, XX o XY, non è una garanzia sufficiente rispetto all’identità sessuale: uomini in corpi di donne e donne in corpi di uomini.
Se in passato il discorso familiare e sociale promuoveva le linee maschio-uomo-marito-padre e femmina-donna-moglie-madre secondo una temporalità definita e difficilmente mutabile, oggi le cose sono cambiate. E’ il singolo che si trova a potersi-doversi porre l’interrogativo rispetto alla propria identità di genere; ciò che era implicito, almeno a livello sociale, diventa ora negoziabile.
La mancanza di modelli forti, di ideali, ha come conseguenza la parcellizzazione delle identità e quindi la necessità per ogni singolo di contrattare la propria esistenza individualmente, senza riferimenti collettivi.
Le crisi della religione e della politica cui abbiamo assistito negli ultimi decenni, crediamo debbano essere lette con la stessa logica. Gli ideali che identificavano i valori sociali cui attenersi, riassumibili nella triade Dio, Patria e Famiglia, appaiono anacronistici di fronte al relativismo e alla globalizzazione che caratterizzano l’epoca contemporanea.
Rispetto alle prime due, Dio e Patria, sorgono domande impensabili anni addietro, ma oggi del tutto legittime, anzi politically-correct. Quindi, ci si può chiedere a quale Dio ci si riferisca quando si parla di Dio? A Jahvè, Allah, Buddah? Una prospettiva ormai molto diffusa è che la religione sia un costrutto dell’uomo e che l’attaccamento ad una religione piuttosto che ad un altra sia fondamentalmente determinato dal luogo di nascita. Coerentemente con questa prospettiva si è portati a dire che le varie fedi afferiscano comunque allo stesso Dio universale, che nelle varie religioni trova diverse modalità di manifestarsi. Saremmo stati così espliciti su una pubblicazione destinata alle scuole anni fa?
E poi l’altra domanda, quale Patria? Italiana, Europea, Mondiale, Universale? Lo stato sembra aver perso il blasone di istanza sovraindividuale garante del benessere dei cittadini. Le ragioni sono molteplici e complesse, ma è un’evidenza che il riconoscersi nei valori tradizionali della patria appare alquanto difficoltoso. Da una parte il graduale ma progressivo disimpegno dei cittadini nei confronti dello stato (ne è dimostrazione l’assenteismo dalle urne elettorali), dall’altra la ricerca di riferimenti diversi rispetto alla patria, testimoniano di come questa non svolga più elettivamente questa funzione.
Un meno di ideale e un più di libertà individuale, così si potrebbe riassumere l’insieme di modificazioni che hanno investito il nostro tessuto sociale. Al di là di ogni considerazione di ordine morale, crediamo sia importante tener conto di queste riflessioni, per cercare di comprendere le condizioni con cui i singoli individui si trovano a confronto. Perché ciò che conta in fondo è l’effetto che queste trasformazioni hanno sulle singole persone e sulle singole famiglie. Ogni cambiamento porta con sé delle conseguenze, possibilità e difficoltà; ci siamo quindi chiesti, alla luce di queste considerazioni, cosa significhi oggi diventare genitori.
mercoledì 6 novembre 2013
Biscotti, Spending, Politiche internazionali e tossicodipendenze
di Riccardo Carlo Gatti, Medico, Psicoterapeuta e Specialista in
Psichiatria, Direttore del Dipartimento delle Dipendenze della A.S.L.
di Milano
(articolo tratto da: www.droga.net)
Leggiamo: “Oreo, il biscotto neroe bianco formato da due amaretti a sandwich, crea dipendenza”. Uno studio dell’Universita’ del Connecticut pubblicato lo scorso 15 ottobre spiega il meccanismo della dipendenza per alcuni alimenti zuccherati e grassi. Nello studio, diretto da Joseph Schroeder, professore di neuroscienze, con l’aiuto di studenti 13/15enni, due gruppi di topi sono stati separati. In un gruppo, i topi potevano scegliere, alla fine di un labirinto, tra degli Oreo e dei dolci di riso e potevano utilizzare tutto il tempo che volevano. Nel secondo gruppo, cosi’
come
prima, ma la scelta era tra della droga (morfina o cocaina) e una
soluzione di acqua salata. Risultato: i topi del primo gruppo hanno
passato la maggior parte del tempo vicino ai biscotti al cioccolato
mentre quelli del secondo gruppo dove c’era la droga. Gli Oreo sono
allora desiderati cosi’ come avviene per la cocaina?” (tratto da ADUC).
Forse qualcosa non funziona nella traduzione dell’articolo o nel ragionamento. Così come è mi sembra che i topi preferiscano i biscotti ai dolci di riso e la droga all’acqua salata ma forse non ho capito bene.
Esiste anche un’altra versione della notizia: The study, which will be shown at the Society for Neuroscience’s annual conference next month, involved placing an Oreo cookie on one side of a maze and a rice treat on the other. The rats spent most of their time going for the Oreo. The researchers also performed a similar test, but instead of an Oreo cookie they replaced it with morphine and in another test they used cocaine. In both cases the rats preferred the narcotics to the rice cake. (Fonte DotTech.org) (Lo studio, che sarà presentato alla conferenza annuale della Società di Neuroscienze il mese prossimo, consisteva nel mettere un biscotto Oreo su un lato di un labirinto e una delizia di riso, dall’altro. I ratti hanno trascorso la maggior parte del loro tempo per raggiungere il biscotto Oreo. I ricercatori hanno eseguito anche un test simile, ma hanno sostituito il biscotto Oreo con la morfina e in un altro test hanno usato cocaina. In entrambi i casi i topi preferivano i narcotici alla torta di riso
L’esperimento, quindi, potrebbe anche dimostrare che, a quei topi, non piace la torta di riso.
Naturalmente bisognerebbe leggere lo studio per capirne qualcosa di più ma la maggior parte delle persone che hanno ricevuto la notizia dai media non lo leggeranno mai e ricorderanno solo che la cocaina … è come i biscotti: piace anche ai topi.
Il tutto fa parte di comunicazioni che hanno il risultato complessivo di “sdoganare” sempre di più le droghe all’interno di un insieme di notizie che ci bombardano, facendoci credere che siamo tutti dipendenti da qualcosa.
Così, lo zucchero, improvvisamente, diventa pericoloso come la cocaina mentre vengono proposti sul mercato dolcificanti, derivati da piante coltivate, che costano quanto quella droga. Ogni giorno scopriamo che la cannabis fa bene a una malattia diversa in modo che, riassumendo, ci si ricordi che fa bene e basta o, almeno, non fa male. Per le altre droghe siamo ufficialmente tranquillizzati dal Governo rispetto al fatto che il loro uso diminuisce (salvo che, guarda caso, per la cannabis) mentre, marginalmente, ci si accorge che ce ne sono sempre più sul mercato. Chi mai le userà?
Che succede, dunque? A mio parere siamo in una fase speculare a quella che, a fine anni ’80 – inizio anni ’90, vedeva le droghe come un male assoluto. Allora la comunicazione spingeva alla mobilitazione contro questo male, trasformava in eroi tutti coloro che lottavano contro la droga e chiedeva allo Stato di fare di più. Oggi, in Italia, tutta l’attenzione è spostata sulla “ludopatia”, sul gioco d’azzardo patologico, e gli Amministratori fanno a gara anche per limitare fisicamente la presenza delle SLOT machine. Evidentemente si pensa che solo la loro presenza possa portare molte persone alla rovina. Gli spacciatori di droga, invece, sono dappertutto (anche sulla Rete) ma questo, in termine di mobilitazione politico – sociale, sembra diventato, improvvisamente, un problema minore. Evidentemente il ragionamento è che ad una macchinetta mangiasoldi non si resiste mentre le droghe sono come i biscotti: si possono mangiare e, con un po’ di attenzione, si riesce anche a mantenere la linea. Nel frattempo gli esperti che sparano, ormai, percentuali tra il 2 ed il 6 % della popolazione per ciascuna dipendenza, sembrano complessivamente voler dimostrare che il problema non è la dipendenza, che, a far le somme riguarda tutti, ma come viene vissuta.
Tutto ciò avviene nel mondo occidentale, quello, per intenderci, che direttamente o indirettamente gravita attorno all’influenza degli Stati Uniti. Difficile dire se ci siano connessioni, ma effettivamente, negli USA, in tema di tossicodipendenze, c’è stata una sorta di rivoluzione da quando i decessi per l’abuso di farmaci hanno superato quelli di eroina e cocaina messe assieme e da quando l’atteggiamento proibizionista di alcuni Stati, rispetto alla Cannabis, è cambiato. Il tutto rende il fronte della “guerra alla droga” come quelle linee fortificate che, mantenute per anni perfettamente attive e funzionanti, hanno una apparenza minacciosa e consistente, sino a quando non vengono aggirate, diventando, improvvisamente, inutili perché il fronte non sta lì dove sono state costruite ma … da un’altra parte.
Il problema è che sulla linea fortificata di questa guerra noi abbiamo schierato tutto, compreso il sistema di cura costituito da Servizi Tossicodipendenze e Comunità Terapeutiche che, non per nulla, qualcuno considera parte più di un sistema di controllo sociale che di intervento terapeutico. Aggirato il fronte della guerra alla droga ed in tempi di Spending review, la tentazione di considerare anche questa parte del tutto come qualcosa di superato e inutile si farà forte.
Prima o poi qualcuno si chiederà a che servono Ser.T. e Comunità terapeutiche e la risposta non sarà più così scontata come un tempo. In questo caso, ad esempio, più che le ideologie conteranno i risultati. Oggi, senza dubbio, il sistema delle dipendenze è ingaggiato soprattutto sul tema della cronicità ed in questo non c’è nulla di strano. In generale il Servizio Sanitario Nazionale spende la maggior parte delle sue risorse per la cura di patologie croniche. Il rischio, tuttavia, è che, gradualmente, il sistema delle dipendenze, aggrappato alla cronicità, perda la sua funzione di cura, mantenendo quasi esclusivamente quella di contenimento e di assistenza dove, forse, organizzazioni diverse da quelle tipiche della cura, potrebbero avere una migliore efficacia di intervento.
Insomma, una volta crollato il fronte della “guerra alla droga”, Ser.T. e Comunità potrebbero avere ancora senso all’interno del Servizio Sanitario Nazionale solo dimostrando i loro risultati in termini di cura. Il problema è che, attualmente, hanno grandi difficoltà a farlo. Salvo eccezioni non sono, infatti, “culturalmente” pronti ad una prassi operativa che comprenda l’esplicitazione delle performance reali in questo senso. La stessa teoria “scientifica”, per anni recitata a memoria e solo recentemente messa parzialmente in discussione, che la tossicodipendenza sia una patologia cronica e recidivante, non ha aiutato.
Che accadrà dunque? Si rinuncerà a costruire una “clinica delle dipendenze patologiche” in dinamico divenire e ci si limiterà a curare chi ha patologie mentali gravi che comprendono una dipendenza? Tutto ciò che ha a che fare con prestazioni educative o assistenziali uscirà dall’ambito di azione del Servizio Sanitario? Al momento è difficile dirlo anche se alcune linee di tendenza in questa direzione sembrano delinearsi. Certamente il settore sarà chiamato a ridefinirsi ed a rendere conto internamente ed esternamente in modo più preciso e dettagliato di ciò che fa, di come lo fa e con quali risultati.
Vedo il tutto come qualcosa di irrinunciabile e positivo.
L’importante è che durante questo percorso le ragioni ideologiche, politiche ed economiche esterne al sistema che ne hanno determinato l’esistenza in tempi di guerra alla droga non ne determino, ora, la dismissione con il cambio di strategie che nulla hanno a che fare col curare o con il prendersi cura. Leggendo tra le righe di notizie che paragonano la cocaina ai biscotti e che ogni giorno inventano una nuova patologia scopriamo che le dipendenze patologiche e l’abuso di sostanze non sono certo in contrazione ma rivelano nuovi drammatici risvolti che di volta in volta, di luogo in luogo, sono più o meno considerati in virtù di ragioni politiche e di interessi commerciali non sempre chiari ma, purtroppo, determinanti. Forse lo zucchero sarà anche peggio della cocaina ma la notizia non può nascondere il problema reale che negli Stati Uniti le morti per farmaci antidolorifici oppiacei abbiano superato quelle di cocaina ed eroina messe assieme. Invece, siamo distratti dai biscotti e per essere più precisi, dalla crema che contengono che, evidentemente, piace molto ai topi ma anche ai media e magari anche a ciascuno di noi.
Concludendo: abbiamo parlato di guerra alla droga di nuove politiche e del destino del sistema di intervento e, forse, ora non avete voglia di ulteriori ragionamenti e nemmeno di droga o di farmaci antidolorifici ma, magari, di biscotti … si. Per questo la comunicazione è una delle anime del commercio e contribuisce anche a definire i nostri desideri, le nostre decisioni e le nostre azioni. L’importante sarebbe riuscire a capire a favore di chi o di cosa … ma questo è un altro discorso. Forse.
(articolo tratto da: www.droga.net)
Leggiamo: “Oreo, il biscotto neroe bianco formato da due amaretti a sandwich, crea dipendenza”. Uno studio dell’Universita’ del Connecticut pubblicato lo scorso 15 ottobre spiega il meccanismo della dipendenza per alcuni alimenti zuccherati e grassi. Nello studio, diretto da Joseph Schroeder, professore di neuroscienze, con l’aiuto di studenti 13/15enni, due gruppi di topi sono stati separati. In un gruppo, i topi potevano scegliere, alla fine di un labirinto, tra degli Oreo e dei dolci di riso e potevano utilizzare tutto il tempo che volevano. Nel secondo gruppo, cosi’
Forse qualcosa non funziona nella traduzione dell’articolo o nel ragionamento. Così come è mi sembra che i topi preferiscano i biscotti ai dolci di riso e la droga all’acqua salata ma forse non ho capito bene.
Esiste anche un’altra versione della notizia: The study, which will be shown at the Society for Neuroscience’s annual conference next month, involved placing an Oreo cookie on one side of a maze and a rice treat on the other. The rats spent most of their time going for the Oreo. The researchers also performed a similar test, but instead of an Oreo cookie they replaced it with morphine and in another test they used cocaine. In both cases the rats preferred the narcotics to the rice cake. (Fonte DotTech.org) (Lo studio, che sarà presentato alla conferenza annuale della Società di Neuroscienze il mese prossimo, consisteva nel mettere un biscotto Oreo su un lato di un labirinto e una delizia di riso, dall’altro. I ratti hanno trascorso la maggior parte del loro tempo per raggiungere il biscotto Oreo. I ricercatori hanno eseguito anche un test simile, ma hanno sostituito il biscotto Oreo con la morfina e in un altro test hanno usato cocaina. In entrambi i casi i topi preferivano i narcotici alla torta di riso
L’esperimento, quindi, potrebbe anche dimostrare che, a quei topi, non piace la torta di riso.
Naturalmente bisognerebbe leggere lo studio per capirne qualcosa di più ma la maggior parte delle persone che hanno ricevuto la notizia dai media non lo leggeranno mai e ricorderanno solo che la cocaina … è come i biscotti: piace anche ai topi.
Il tutto fa parte di comunicazioni che hanno il risultato complessivo di “sdoganare” sempre di più le droghe all’interno di un insieme di notizie che ci bombardano, facendoci credere che siamo tutti dipendenti da qualcosa.
Così, lo zucchero, improvvisamente, diventa pericoloso come la cocaina mentre vengono proposti sul mercato dolcificanti, derivati da piante coltivate, che costano quanto quella droga. Ogni giorno scopriamo che la cannabis fa bene a una malattia diversa in modo che, riassumendo, ci si ricordi che fa bene e basta o, almeno, non fa male. Per le altre droghe siamo ufficialmente tranquillizzati dal Governo rispetto al fatto che il loro uso diminuisce (salvo che, guarda caso, per la cannabis) mentre, marginalmente, ci si accorge che ce ne sono sempre più sul mercato. Chi mai le userà?
Che succede, dunque? A mio parere siamo in una fase speculare a quella che, a fine anni ’80 – inizio anni ’90, vedeva le droghe come un male assoluto. Allora la comunicazione spingeva alla mobilitazione contro questo male, trasformava in eroi tutti coloro che lottavano contro la droga e chiedeva allo Stato di fare di più. Oggi, in Italia, tutta l’attenzione è spostata sulla “ludopatia”, sul gioco d’azzardo patologico, e gli Amministratori fanno a gara anche per limitare fisicamente la presenza delle SLOT machine. Evidentemente si pensa che solo la loro presenza possa portare molte persone alla rovina. Gli spacciatori di droga, invece, sono dappertutto (anche sulla Rete) ma questo, in termine di mobilitazione politico – sociale, sembra diventato, improvvisamente, un problema minore. Evidentemente il ragionamento è che ad una macchinetta mangiasoldi non si resiste mentre le droghe sono come i biscotti: si possono mangiare e, con un po’ di attenzione, si riesce anche a mantenere la linea. Nel frattempo gli esperti che sparano, ormai, percentuali tra il 2 ed il 6 % della popolazione per ciascuna dipendenza, sembrano complessivamente voler dimostrare che il problema non è la dipendenza, che, a far le somme riguarda tutti, ma come viene vissuta.
Tutto ciò avviene nel mondo occidentale, quello, per intenderci, che direttamente o indirettamente gravita attorno all’influenza degli Stati Uniti. Difficile dire se ci siano connessioni, ma effettivamente, negli USA, in tema di tossicodipendenze, c’è stata una sorta di rivoluzione da quando i decessi per l’abuso di farmaci hanno superato quelli di eroina e cocaina messe assieme e da quando l’atteggiamento proibizionista di alcuni Stati, rispetto alla Cannabis, è cambiato. Il tutto rende il fronte della “guerra alla droga” come quelle linee fortificate che, mantenute per anni perfettamente attive e funzionanti, hanno una apparenza minacciosa e consistente, sino a quando non vengono aggirate, diventando, improvvisamente, inutili perché il fronte non sta lì dove sono state costruite ma … da un’altra parte.
Il problema è che sulla linea fortificata di questa guerra noi abbiamo schierato tutto, compreso il sistema di cura costituito da Servizi Tossicodipendenze e Comunità Terapeutiche che, non per nulla, qualcuno considera parte più di un sistema di controllo sociale che di intervento terapeutico. Aggirato il fronte della guerra alla droga ed in tempi di Spending review, la tentazione di considerare anche questa parte del tutto come qualcosa di superato e inutile si farà forte.
Prima o poi qualcuno si chiederà a che servono Ser.T. e Comunità terapeutiche e la risposta non sarà più così scontata come un tempo. In questo caso, ad esempio, più che le ideologie conteranno i risultati. Oggi, senza dubbio, il sistema delle dipendenze è ingaggiato soprattutto sul tema della cronicità ed in questo non c’è nulla di strano. In generale il Servizio Sanitario Nazionale spende la maggior parte delle sue risorse per la cura di patologie croniche. Il rischio, tuttavia, è che, gradualmente, il sistema delle dipendenze, aggrappato alla cronicità, perda la sua funzione di cura, mantenendo quasi esclusivamente quella di contenimento e di assistenza dove, forse, organizzazioni diverse da quelle tipiche della cura, potrebbero avere una migliore efficacia di intervento.
Insomma, una volta crollato il fronte della “guerra alla droga”, Ser.T. e Comunità potrebbero avere ancora senso all’interno del Servizio Sanitario Nazionale solo dimostrando i loro risultati in termini di cura. Il problema è che, attualmente, hanno grandi difficoltà a farlo. Salvo eccezioni non sono, infatti, “culturalmente” pronti ad una prassi operativa che comprenda l’esplicitazione delle performance reali in questo senso. La stessa teoria “scientifica”, per anni recitata a memoria e solo recentemente messa parzialmente in discussione, che la tossicodipendenza sia una patologia cronica e recidivante, non ha aiutato.
Che accadrà dunque? Si rinuncerà a costruire una “clinica delle dipendenze patologiche” in dinamico divenire e ci si limiterà a curare chi ha patologie mentali gravi che comprendono una dipendenza? Tutto ciò che ha a che fare con prestazioni educative o assistenziali uscirà dall’ambito di azione del Servizio Sanitario? Al momento è difficile dirlo anche se alcune linee di tendenza in questa direzione sembrano delinearsi. Certamente il settore sarà chiamato a ridefinirsi ed a rendere conto internamente ed esternamente in modo più preciso e dettagliato di ciò che fa, di come lo fa e con quali risultati.
Vedo il tutto come qualcosa di irrinunciabile e positivo.
L’importante è che durante questo percorso le ragioni ideologiche, politiche ed economiche esterne al sistema che ne hanno determinato l’esistenza in tempi di guerra alla droga non ne determino, ora, la dismissione con il cambio di strategie che nulla hanno a che fare col curare o con il prendersi cura. Leggendo tra le righe di notizie che paragonano la cocaina ai biscotti e che ogni giorno inventano una nuova patologia scopriamo che le dipendenze patologiche e l’abuso di sostanze non sono certo in contrazione ma rivelano nuovi drammatici risvolti che di volta in volta, di luogo in luogo, sono più o meno considerati in virtù di ragioni politiche e di interessi commerciali non sempre chiari ma, purtroppo, determinanti. Forse lo zucchero sarà anche peggio della cocaina ma la notizia non può nascondere il problema reale che negli Stati Uniti le morti per farmaci antidolorifici oppiacei abbiano superato quelle di cocaina ed eroina messe assieme. Invece, siamo distratti dai biscotti e per essere più precisi, dalla crema che contengono che, evidentemente, piace molto ai topi ma anche ai media e magari anche a ciascuno di noi.
Concludendo: abbiamo parlato di guerra alla droga di nuove politiche e del destino del sistema di intervento e, forse, ora non avete voglia di ulteriori ragionamenti e nemmeno di droga o di farmaci antidolorifici ma, magari, di biscotti … si. Per questo la comunicazione è una delle anime del commercio e contribuisce anche a definire i nostri desideri, le nostre decisioni e le nostre azioni. L’importante sarebbe riuscire a capire a favore di chi o di cosa … ma questo è un altro discorso. Forse.
lunedì 28 ottobre 2013
Casate Online - Molteno: Silvano Ratti premiato con il ''coroldino d'oro''
Una bellissima serata organizzata dai nostri amici dell'Associazione L'Arco che ha premiato uno dei nostri imagnifici volontari.
Grande Silvano, ti vogliamo bene!!!!!!!
Molteno: Silvano Ratti premiato con il ''coroldino d'oro''
Si è svolto a Molteno l'atteso appuntamento della seconda edizione
del Coroldino d'oro, il riconoscimento che viene assegnato, con il
patrocinio del comune, dall'associazione Arco ad un cittadino che si è
saputo distinguere per la sua fervente attività di aiuto verso il paese.
"Ci ritroviamo anche quest'anno in occasione di questa importantissima ricorrenza per sigillare la recente solidarietà tra la Cittadinanza di Molteno, l'Arco e la Comunità Accoglienza e Lavoro di Coroldo. Quindi oggi abbiamo scelto di premiare una persona che sia simbolo di questo nuovo connubio" ha spiegato il presidente dell'associazione Patrizia Dell'Oro prima di svelare l'identità del premiato. Si tratta di Silvano Ratti, moltenese dalla nascita e "da diversi anni impegnato ad aiutare tutti ma in special modo gli ospiti della comunità Accoglienza e Lavoro sempre con grande generosità e costanza". Questi i motivi che hanno portato alla scelta.
La benemerenza è andata dunque a questo cittadino che opera da sempre al servizio delle persone bisognose e che, per approfondire questa sua vocazione, si è recato spesso fuori dall'Europa, dove è entrato in contatto con un'altra realtà e cultura, quella africana.
Silvano Ratti, terminati gli studi, ha cominciato ad esercitare la professione di falegname nella bottega di Livio Cazzaniga, un artigiano di Barzanò che tramanda al proprio allievo la passione della pittura. Nel 1989, Livio convince Silvano ad accompagnarlo nella missione di Matiri in Kenya per aiutarlo nella decorazione della loro chiesina appena rinnovata. In questi luoghi Silvano ha conosciuto la povertà e la miseria, ma l'Africa, nonostante il triste lato della sofferenza, entra per altre mille ragioni nel cuore delle persone che la visitano e non ne esce più. Da quella prima volta ha trascorso, quasi ogni anno, almeno un mese per aiutare la missione, insegnando ai ragazzi il lavoro di falegname ed eseguendo lavori di ogni sorta.
Nel frattempo a Molteno si è formata l'Associazione Pensionati Moltenesi, che ha avviato una serie di servizi per il Comune e un nuovo rapporto con la Comunità Accoglienza Lavoro di Coroldo. Silvano si è da subito distinto per la sua collaborazione. Questa sua generosità è stata formalmente riconosciuta attraverso la cerimonia che si è tenuta venerdì 26 ottobre. Dopo la proclamazione, i presenti hanno proseguito la serata allietati da musica e balli.
tratto da: www.casateonline.it
"Ci ritroviamo anche quest'anno in occasione di questa importantissima ricorrenza per sigillare la recente solidarietà tra la Cittadinanza di Molteno, l'Arco e la Comunità Accoglienza e Lavoro di Coroldo. Quindi oggi abbiamo scelto di premiare una persona che sia simbolo di questo nuovo connubio" ha spiegato il presidente dell'associazione Patrizia Dell'Oro prima di svelare l'identità del premiato. Si tratta di Silvano Ratti, moltenese dalla nascita e "da diversi anni impegnato ad aiutare tutti ma in special modo gli ospiti della comunità Accoglienza e Lavoro sempre con grande generosità e costanza". Questi i motivi che hanno portato alla scelta.
Silvano Ratti tra il sindaco Mauro Proserpio e Patrizia Dell'Oro dell'associazione Arco
La benemerenza è andata dunque a questo cittadino che opera da sempre al servizio delle persone bisognose e che, per approfondire questa sua vocazione, si è recato spesso fuori dall'Europa, dove è entrato in contatto con un'altra realtà e cultura, quella africana.
Silvano Ratti, terminati gli studi, ha cominciato ad esercitare la professione di falegname nella bottega di Livio Cazzaniga, un artigiano di Barzanò che tramanda al proprio allievo la passione della pittura. Nel 1989, Livio convince Silvano ad accompagnarlo nella missione di Matiri in Kenya per aiutarlo nella decorazione della loro chiesina appena rinnovata. In questi luoghi Silvano ha conosciuto la povertà e la miseria, ma l'Africa, nonostante il triste lato della sofferenza, entra per altre mille ragioni nel cuore delle persone che la visitano e non ne esce più. Da quella prima volta ha trascorso, quasi ogni anno, almeno un mese per aiutare la missione, insegnando ai ragazzi il lavoro di falegname ed eseguendo lavori di ogni sorta.
Nel frattempo a Molteno si è formata l'Associazione Pensionati Moltenesi, che ha avviato una serie di servizi per il Comune e un nuovo rapporto con la Comunità Accoglienza Lavoro di Coroldo. Silvano si è da subito distinto per la sua collaborazione. Questa sua generosità è stata formalmente riconosciuta attraverso la cerimonia che si è tenuta venerdì 26 ottobre. Dopo la proclamazione, i presenti hanno proseguito la serata allietati da musica e balli.
tratto da: www.casateonline.it
mercoledì 23 ottobre 2013
Ascoltare non basta
di Simone Feder, psicologo casa del giovane di Pavia
La nostra è l’ultima generazione ad aver obbedito ai genitori e la prima ad obbedire ai figli. È forse questa la colpa del tanto disagio giovanile di oggi?
Abbiamo cercato in tutti i modi di confondere i ruoli, diventare amici dei nostri
Il risultato: abbiamo giovani con poche certezze e tanti dubbi, mancano di regole e di “spina dorsale”.
Quali proposte facciamo loro? Oggi gli adulti faticano a porsi al fianco dei giovani, ad approcciarsi a loro, e non riescono ad essere delle presenze discrete e dei solidi punti di riferimento, ad accompagnarli alla scoperta della vita. E così Pinocchio, invece di diventare un ragazzo vero, parte di nascosto col suo amico Lucignolo per il paese dei balocchi.
Molti di questi nostri ragazzi soffrono e faticano a crescere perché non hanno alternative! ‘Non c’è altro da fare’ è per questo che poi fanno indigestione di “sballo”, di esperienze ai limiti, ricercando nei loro stessi coetanei quelle sicurezze che non possono dare e che dovrebbero ricevere dagli adulti.
E’ sempre più bassa l’età in cui i ragazzi fanno uso di sostanze alcoliche o stupefacenti, non esistono “posti” o locali che possano ritenersi sicuri da questo punto di vista. I traguardi diventano il divertimento e il godersi la vita e le responsabilità non vanno più di pari passo con la maggiore libertà che, giustamente, l’età dell’adolescenza richiede. E tutto ciò porta ad acuire la loro sofferenza, il loro non accettarsi, l’insicurezza.
E’ importante dar luoghi sicuri all’interno dei quali sentano accolte queste loro difficoltà e capiti i loro bisogni, spazi dove dar loro ascolto nelle scuole e nei posti di aggregazione. Non semplici ‘sportelli di sfogo’, ma luoghi dove trovare risposte per progettualità concrete e proposte realizzabili, che partano dalle risorse interne all’individuo e del proprio territorio.
Non possiamo limitarci ad ascoltare, non basta! Dobbiamo mirare alla promozione sociale e allo sviluppo personale del singolo individuo, incentivando le persone a costruire da sé le proprie qualifiche e le risposte ai bisogni, offrendo spazi e laboratori in cui possano creare ciò di cui hanno bisogno rendendosi protagonisti del loro cammino di crescita.
I giovani devono poter intravedere il modo non solo di mettere in discussione fino in fondo il loro stile di vita, ma anche di prefigurarsi delle ipotesi concrete di cambiamento, respirare e conoscere quell’”alternativa” essenziale per abbandonare definitivamente i loro schemi e diventare così consapevoli di sé, delle proprie scelte, delle proprie emozioni e del mondo che li circonda, soggetti d’esperienza e protagonisti attivi della propria vita.
I tanti anni a contatto con il mondo del disagio ci portano a dire è necessario radicare in profondità nuovi criteri, nuovi valori, nuova spiritualità che portino il giovane a conoscere, individuare, accettare e verificare nuove modalità di essere.
Il nostro deve diventare soprattutto il tempo della responsabilità e dell’investimento a lungo termine. Ritengo questa la vera strada della prevenzione.
venerdì 4 ottobre 2013
L’arte della cura
di Luca Ciusani
Stando invece all’interno dei nostri confini voglio citare la grandissima poetessa Ada Merini della cui vita,segnata dall’esperienza dell’ospedale psichiatrico, scrisse pagine di rara bellezza e Carmelo Bene, definito uno dei più poliedrici artisti della storia del teatro mondiale, che definì la sua esistenza “un capolavoro, uno schiaffo in faccia alla vita mediocre e puttana”.
In ambito musicale, dal blues, al jazz, al rock, al rap la lista di esempi è pressoché infinita. Robert Johnson, uno dei più grandi blues-man di tutti i tempi, era convinto di aver stretto un patto con il demonio, il jazzista Charles Mingus durante un concerto con Duke Ellinton rincorse il suo sassofonista con un’ascia perché non era soddisfatto del suo modo di suonare. Per non parlare degli eccessi delle rock star guidate dalla nota triade sesso-droga-rock&roll.
La letteratura di matrice psicologica, ma non solo, ha molto interrogato il legame tra follia e creazione artistica. Le diverse teorie e spiegazioni, nonostante le diversità spesso marcate, concordano su di un punto,vale a dire che l’arte è uno strumento che l’artista utilizza per esprimere qualcosa di sé che altrimenti rimarrebbe inespresso.
Questa osservazione, a mio giudizio incontrovertibile, necessita di una specificazione che riguarda lo statuto dell’opera, del prodotto del lavoro di creazione. Partendo dal presupposto che esso esprime qualcosa dell’artista, a mio giudizio questo può avvenire secondo due logiche distinte. La prima è che l’opera risponda alla volontà dell’artista di esprimere un pensiero, di denunciare un fatto, di sostenere un’idea; nella seconda l’opera è un “sostituto” dell’artista, un vicario che ne fa le veci, come se attraverso l’opera l’artista potesse mostrarsi a se stesso e al mondo.
Benché la differenza tra le due prospettive sia spesso sfumata, anche per via dell’interpretazione che critica e pubblico possono dare delle opere, credo sia utile porre questa distinzione per cogliere la diversa posizione dell’artista nei confronti dell’opera: nel primo caso l’opera è uno strumento, un mezzo che l’artista utilizza per raggiungere uno scopo; nel secondo la produzione artistica è una via, in alcuni casi una necessità,per poter esistere. Questa seconda prospettiva è quella di maggior interesse nel rapporto tra arte e cura.
Bisogna fare anche un’altra considerazione, se è vero che esiste un rapporto stretto tra produzione artistica e follia, è altrettanto vero che la seconda non garantisce della prima, in altre parole non tutte le persone sofferenti sono degli artisti,ça va sans dire.
Ci sono modi in effetti molto meno raffinati per trattare il proprio malessere, ad esempio l’utilizzo di sostanze quali l’alcool o la droga. Frequentemente le biografie degli artisti sono contrassegnate da eccessi di questo tipo. Questo va interpretato, a mio giudizio, come una conferma della sofferenza soggettiva sperimentata da queste persone. L’idea che le sostanze psicoattive possano sviluppare le capacità artistiche,aprire le porte della percezione come scrisse Haldous Huxley, è infatti smentita dai fatti.
Più realisticamente le biografie di molti artisti mostrano che l’utilizzo di sostanze distrugge l’artista più che farlo progredire nella sua produzione. In altre parole ciò che lega la produzione artistica e la sregolatezza degli stili di vita di alcuni artisti è il malessere soggettivo.
Senza forzare troppo il discorso si può anzi pensare alla produzione artistica come una sorta di cura al loro malessere esistenziale. In questo senso la via dell’arte è modo, piuttosto elitario, per esprimere e quindi indirettamente curare il proprio disagio.
Questo pensiero è ciò che sta alla base di un lavoro di cura che svolgiamo all’interno della comunità di recupero per tossicomani e alcolisti gestita dalla Cooperativa Accoglienza e Lavoro di Molteno.
Dal 2007 all’interno della struttura sono stati attivati una serie di laboratori espressivi, di cui il Lab-Art (Laboratorio Artistico) è colonna portante.
L’idea di fondo è che attraverso un canale espressivo alternativo alla parola, si possa dar voce a quel disagio,a quella sofferenza muta che il soggetto sperimenta e alla quale, durante il corso della sua vita, non ha saputo porre un rimedio diverso dalla completa estraniazione prodotta dall’utilizzo di droghe o alcool.
Ci si potrebbe chiedere perché si rende necessario un canale espressivo alternativo alla parola, in fondo, da Freud in poi, la cura del disagio psichico si lega indissolubilmente all’utilizzo della parola. La risposta è da ricercarsi nella gravità del disagio che si deve affrontare. La tossicodipendenza pone infatti, sia il soggetto afflitto da questa patologia sia il curante, di fronte al fatto che la parola si mostra spesso impotente.
Chi ha esperienza nella cura della tossicomania sperimenta che frequentemente il discorso che porta il tossicomane si configura come vuoto o stereotipato, comunque incapace di rendere conto del malessere che il soggetto vive. In queste situazioni l’utilizzo di canali espressivi maggiormente fruibili, contrassegnati da una logica più “immediata”, quale ad esempio la pittura, permette al soggetto di costruire una rappresentazione di sé e del suo disagio altrimenti impossibile.
Si potrebbe dire che di fronte a malesseri muti, quali la tossicomania, l’arte permette la costruzione di una rappresentazione altrimenti impossibile. E’ come se, attraverso la creazione di un’opera, il soggetto potesse dire, a sé e al mondo, “io sono un po’ questo”.
Certo va detto che questo più che essere un risultato è un passo, la testimonianza di un lavoro in corso. Attraverso la produzione di un opera che rappresenta qualcosa di sé il soggetto potrà in seguito, nella cura,interrogare il suo lavoro espressivo cercando una spiegazione che renda conto di ciò che ha realizzato.
Particolare importanza riveste, nei laboratori espressivi, la figura dell’operatore. All’interno della cooperativa ogni laboratorio è sostenuto dal lavoro di un educatore esperto nell’attività proposta. Egli ha il compito di mettere al servizio dei partecipanti sia le proprie competenze specifiche, sia il proprio desiderio nei confronti dell’attività proposta, affinché ogni partecipante possa utilizzare al meglio il laboratorio per esprimere qualcosa di proprio, qualcosa di personale.
Nel 2012 la cooperativa ha realizzato un video dal titolo “farsi un corpo”, a cui mi permetto di rimandare (parte 1 http://www.youtube.com/watch?v=uPZArtH4jUo; parte 2http://www.youtube.com/watch?v=BKZLusex5MI; parte 3http://www.youtube.com/watch?v=bx4DIqL3Su4).
In esso è descritto un progetto artistico a cui hanno partecipato alcuni utenti della comunità. Si tratta, oltre che di una testimonianza in prima persona, di un segno dello sforzo, clinico e teorico, messo in campo in questi anni al fine di sperimentare percorsi terapeutici maggiormente rispondenti alle forme di disagio che quotidianamente incontriamo nel nostro lavoro.
Il video in questione inizia con una frase che voglio riportare qui in chiusura perché credo riassuma efficacemente il motivo per cui abbiamo provato e continuiamo a provare ad utilizzare l’arte nella cura della tossicomania: “diamo voce a storie pesanti, quando le parole non ci sono bisogna inventare qualcosa”.
martedì 3 settembre 2013
Oggi la nuova droga è l’azzardo
Gioco d’azzardo patologico e droga
Nel leggere la relazione il dato più allarmante l’azzardo. Si legge nella relazione al capitolo “Gioco d’azzardo e azzardo problematico e patologico” (in allegato), «quanto ai dati sugli adolescenti, per quanto riguarda il gambling si stima, infatti, che nell’anno 2013 (dati ancora più aggiornati) circa 1.250.000 (Studio SPS- DPA 2013) studenti delle scuole superiori di secondo grado abbiano partecipato ad almeno un gioco d’azzardo, con frequenza rilevata di un episodio almeno una volta negli ultimi 12 mesi».
Inoltre, negli studenti tra i 15-19 anni con gioco d’azzardo problematico o patologico, su un grande campione statisticamente rappresentativo di ben 34.483 mila soggetti, si evidenzia che maggiore è lo stadio del gioco d’azzardo, maggiore è il consumo di droghe.
Gli adolescenti con comportamenti di gioco patologico hanno un uso contemporaneo di sostanze stupefacenti pari al 41,7% rispetto ai loro coetanei che non giocano, che presentano invece una prevalenza di uso di sostanze molto più bassa e statisticamente significativa pari a 17,5%. Mentre per gli adolescenti che giocano saltuariamente (gioco sociale) la prevalenza di consumo di droga si attesta al 24.4%. Diversamente per gli adolescenti considerati giocatori un problema la prevalenza del consumo di sostanze è pari al 34,1%. In altre parole, più il comportamento di gioco si fa problematico o addirittura patologico e più cresce anche l’uso di droghe. Tra i giochi più diffusi tra gli adolescenti: Lotterie istantanee, Gratta e Vinci, Win for life, si attestano tra quelli giocati annualmente con una percentuale del 26,4%; seguono Lotto e Superenalotto con il 13.7%.
Il capitolo paragrafo “Gioco d’Azzardo e Policonsumo” sottolinea che «esiste una interessante e preoccupante associazione tra la frequenza della pratica del gioco d’azzardo e il consumo di sostanze, che mostra una correlazione lineare tra le due, sia nella popolazione giovanile (15-19) sia in quella generale (15-64). Il 35,2% degli studenti che gioca ogni giorno o quasi, fa anche uso di sostanze stupefacenti».
Uno schema riassume la situazione italiana
Anche Don Mimmo Battaglia di Fict ha sottolineato il problema spiegando che «è necessario rivedere gli investimenti con strategie di trattamento innovative per poter sostenere un settore che sta morendo e affrontare, a nostro avviso, questioni preoccupanti ed emergenti come il gioco d’azzardo. La dipendenza patologica da gambling connesso all’uso di sostanze stupefacenti è un “dato allarmante” come enuncia la relazione del DPA. Sono anni che noi lo diciamo e oggi non è più un allarme ma un dato di fatto pesante. I dati ci spingono a riflettere sulla necessità di adottare politiche di prevenzione e di cura adatte a contrastare questo fenomeno dilagante con investimenti mirati».
I dati generali
I dati evidenziano che il 95,04 % della popolazione, tra i 15 e i 64 anni, non ha assunto alcuna sostanza stupefacente negli ultimi 12 mesi. Il confronto del trend dei consumi di stupefacenti negli ultimi 11 anni evidenzia un’iniziale e progressiva contrazione della prevalenza dei consumatori di cannabis caratterizzata da una certa variabilità fino al 2008, da una sostanziale stabilità nel biennio successivo 2010-2012, e una tendenza all’aumento nell’ultimo anno.
La cocaina, dopo un tendenziale aumento che caratterizza il primo periodo sino al 2007, segna una costante e continua contrazione della prevalenza di consumatori sino al 2012, stabilizzandosi nel 2013. Per l’eroina si osserva un costante e continuo calo del consumo sin dal 2004, anno in cui si è osservata la prevalenza di consumo più elevata nel periodo di riferimento, pur rimanendo a livelli inferiori al 2% degli studenti intervistati. Negli ultimi anni il fenomeno si è stabilizzato.
L’indagine 2013 sui soggetti tra i quindici e i diciannove anni ha invece sottolineato un lieve aumento di consumatori di cannabis che hanno dichiarato di aver usato la droga almeno una volta negli ultimi dodici mesi. I consumatori di sostanze stimolanti, invece, seguono l’andamento della cocaina fino al 2011, ma negli ultimi due anni si osserva una lieve tendenza alla ripresa dei consumi soprattutto nel nord. Per quanto riguarda la prevalenza del consumo di allucinogeni, si osserva un trend in leggero aumento fino al 2008, seguito da una situazione di stabilità nel biennio successivo, con una contrazione dal 2010 al 2012; nell’ultimo anno, anche se la popolazione che li utilizza è per fortuna ancora poco consistente, si osserva però una lieve tendenza all’aumento del fenomeno.
Inoltre, focalizzando l’attenzione sui giovani, l’indagine 2013 sulla popolazione studentesca (su un campione di 34.385 soggetti di età compresa tra i 15-19 anni) l’indagine ha rilevato le seguenti percentuali di consumatori (una o più volte negli ultimi 12 mesi): cannabis 21.43%, (19,4% nel 2012), cocaina 2,01% (1,86% nel 2012), eroina 0,33% (0,32% nel 2012), stimolanti metamfetamine e/o ecstasy 1,33% (1,12% nel 2012) e allucinogeni 2,08% (1,72% nel 2012). L’analisi, quindi, indica in particolare un incremento di 2,29 punti percentuale del consumo di cannabis rispetto al 2012.
Le reazioni
«Non ci ritroviamo nella fotografia che il Dipartimento politiche antidroga ha diffuso oggi presentando la Relazione annuale sull’uso di sostanze stupefacenti e sulle tossicodipendenze», così ha commentato la relazione Riccardo De Facci, responsabile Dipendenze del Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (CNCA).
«Il Dipartimento», ha precisato De Facci, «continua a mandare messaggi tranquillizzanti per tutte le sostanze, a eccezione della cannabis, che viene indicata ancora una volta come la vera emergenza da affrontare. Un approccio fortemente ideologico e coerente con l’impostazione della legge Fini-Giovanardi, duramente e inutilmente repressiva. A tal proposito lascia stupefatti, sia dal punto di vista scientifico sia da quello dell’esperienza di chi lavora sul campo, la stima di quasi 150mila persone tossicodipendenti per cannabis. È, poi, opportuno precisare che il 5% degli italiani che hanno dichiarato di aver consumato droghe nel 2012 ammonta a circa 3 milioni di persone, un dato che detto così fa un altro effetto. E ovviamente non tutti quelli che consumano sostanze lo dichiarano. La Relazione, inoltre, nulla dice del forte aggravamento delle situazioni che riguardano le persone tossicodipendenti più marginali, per i quali non ci sono quasi più risorse».
«Le conclusioni di questa Relazione», ha concluso De Facci, «nascono dall’approccio su cui è fondata la legge Fini-Giovanardi, che non aiuta a comprendere i fenomeni e a costruire risposte efficaci di contrasto e di aiuto. Chiediamo, perciò, al presidente Letta – a cui è affidata la delega sulle droghe – un cambiamento radicale di rotta che porti a un rafforzamento del sistema di cura, accoglienza e prevenzione invece che a riempire le carceri e affollare le prefetture».
Anche Don Mimmo Battaglia presidente di Fict – Federazione Italiana Comunità Terapeutiche si dice preoccupato di fronte alla relazione. «I dati registrano una riduzione del numero di utenti tossicodipendenti in cura presso i servizi rispetto al passato. 440 mila persone avrebbero bisogno di assistenza (277.748 utenti non risultano essere in cura presso i servizi). La diminuzione degli utenti in trattamento può dipendere dallo stato di crisi che stanno subendo i servizi pubblico e privato?», si chiede il sacerdote. «Oltre ai numeri della Relazione del DPA, ci interessa segnalare che, nella nostra quotidianità, molte persone hanno smesso di chiedere aiuto ai servizi per la carenza di risorse economiche dedicate ai servizi di recupero: liste di attesa ai Sert, difficoltà di ricoveri ospedalieri per la disintossicazione, difficoltà di uscire dal carcere per accedere ai servizi di recupero. Tutti aspetti che aumentano il divario tra i bisogni di trattamento e le risposte date dal sistema integrato dei servizi», aggiunge. «La questione che ci preoccupa maggiormente», conclude Don Battaglia, «è legata ad un progressivo smantellamento dello stato sociale con continui tagli che ha portato ad un impoverimento del sistema delle dipendenze. Si sta verificando nei servizi una diversificazione di risposte nel trattamento tra le comunità del nord e del sud: “nel Nord si resiste con fatica, nel Sud si chiudono i servizi».
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